Senza nome

cane che corre

Glielo chiedono sempre tutti, i clienti, appena lo vedono, “e lui? Lui è il più vecchio?” Lui, è un pastore groenlandese di tre anni, fulvo, come tutti i suoi fratelli. E’ così da quando era piccolo. Così, significa che ha un problema di deambulazione alle anche, che forse con un intervento chirurgico potrebbe essere risolto. Ma qui non ci sono veterinari e un cane che non corre bene, un cane che non funziona, è un cane rotto, come un qualsiasi attrezzo che non si può aggiustare. Con la differenza che il cane va sfamato.
“Io sono un cacciatore,” Dice. “Io uccido tutto. Ma non i miei cani. Quando uno dei miei cani deve morire lo faccio uccidere a qualcun altro.”
Fa una pausa e guarda il profilo immobile delle montagne, lontano.
“Vuoi ucciderlo tu?”

Un mezzo sorriso di sfida si allarga sulla bella faccia scura del cacciatore. La ragazza è colta di sorpresa, ma non vuole che lui se ne accorga. Gira la testa a guardare il cane.
“Come si chiama?”
“Senza nome.”
“Non ha un nome o senza nome è il suo nome?”
“La seconda.” sorride T.

La slitta scivola sul ghiaccio del fiordo, ogni tanto qualche crepa fa sobbalzare i pattini e la ragazza guarda indietro le ferite aperte, slabbrate, sulla crosta bianca. Davanti a loro, le montagne si avvicinano, mentre dietro, i pescatori sul fiordo diventano sempre più piccoli, trattini neri ormai indistinguibili. E’ stata lei a decidere che questa gita voleva farla da sola. Aveva immaginato il cielo limpido come smalto azzurro e il ghiaccio scintillante di sole, e invece stamattina, quando si è svegliata, fuori era tutto bianco e l’odore nell’aria era di neve imminente. Adesso non nevica, ma il cielo è un coperchio bianco. Si gira ancora una volta a guardare il paese di case colorate che si allontana, poi si assesta sulla slitta, con le gambe ripiegate sotto di sé, da un lato. I cani hanno aumentato l’andatura e spruzzi di neve ghiacciata partono come proiettili da sotto le loro zampe in corsa e le colpiscono il viso. L’aria si riempie di un odore acido, quasi speziato. La slitta si lascia dietro una scia di escrementi giallastri e impronte insanguinate, ma il cacciatore sembra non farci caso. E’ tutto sotto controllo, non si fermeranno certo per qualche ferita ai cuscinetti di un cane. Queste bestie lavorano dieci ore al giorno sei giorni alla settimana, è la loro vita, le ha detto prima di partire. Adesso non dice più niente, sta seduto anche lui su un lato della slitta, pronto ad intervenire in caso di bisogno. L’unico suono ora, sono le sue grida ai cani: iu iu iu, ri ri ri. Questi due comandi alternati: destra, sinistra. Questo, e il frusciare dei pattini della slitta sul ghiaccio, per il resto, silenzio opaco. Immobilità bianca dappertutto. Ora la slitta sale un sentiero battuto nella neve che si inerpica tra massi aguzzi e che li porterà in cima alla prima catena di montagne che separa il fiordo dall’Inlandsis. Il cane senza nome è rimasto indietro, ormai non è più neppure un puntino giallo all’orizzonte, è sparito nel bianco.

L’odore della muta è fortissimo, adesso. Il cane solleva la testa e aspira, come se bevesse. Ha le vibrisse incrostate di ghiaccio e il naso freddo. Ha sete, azzanna un morso di neve e lo inghiotte. Non ha neanche il tempo di sentirne il sapore, sa che è freddo, asciutto contro il palato per un istante, e che poi subito si scioglie. C’è anche un altro odore che sente, ed è un odore che non gi piace, che non gli è mai piaciuto, fin da quando era un cucciolo. E’ un odore dolce, con una punta di acido, a volte. Le anche gli fanno male, una fitta continua che gli impedisce di slanciarsi in avanti veloce come gli imporrebbe l’istinto. Ogni volta che punta le zampe, c’è qualcose che lo trattiene indietro, come una catena invisibile che lo lega al suolo. La lingua gli penzola tra i denti per lo sforzo e il vento freddo gli fa lacrimare gli occhi. Li chiude un’istante, per far scivolare giù l’acqua prima che le palpebre gli si incrostino di ghiaccio. Dietro le palpebre, il colore rosso del fuoco. Una casa incendiata e mamma alla catena. Sta con la testa sollevata verso il cielo, gli occhi chiusi e le fauci spalancate in un urlo di disperazione. Il cielo è una pietra che chiude una caverna, un muro che separa. E’ cattivo, il cielo. E fa paura.

Dicono che gli animali non hanno memoria, ma quest’immagine nella testa di Senza Nome allora cos’è?

Quando era un cucciolo, un incidente all’impianto elettrico ha fatto saltare per aria la casa dei suoi padroni, dice il cacciatore. Tutti morti. Sua madre rimase ad ululare sotto una tempesta per una settimana prima che qualcuno venisse a liberarla. Era sfinita, ed è morta poco dopo. Dei suoi tre cuccioli, si era salvato solo lui, incastrato sotto la catena. Non ebbi il cuore di ucciderlo. L’ho lasciato crescere accanto ai miei cani, libero, e inutile. Ogni volta che partiamo, spero che muoia, ma lui non muore, lui tiene duro. Ha un cuore pieno di coraggio, quella bestia.

Si sono fermati per pranzare in cima alla catena montuosa dalla quale si vede l’ombra azzurra della calotta glaciale. I cani dormono nella neve, sfiniti, dopo quella corsa di quattro ore. Sono sempre imbragati e le corde azzurre tenute dai moschettoni sono tese nella neve: i cani mantengono la loro posizione anche a riposo. Sono pastori ska con il manto rossiccio, agili e forti, parenti del lupo. Qualcuno sul dorso ha una linea di pelo più scura a ricordarlo. La ragazza cammina verso di loro che subito drizzano le orecchie e cominciano ad uggiolare, e tirano le corde per avvicinarsi. Ma lei non ha la tentazione di allungare una mano a sfiorarli, li guarda e tiene le mani nella tasca del parka. Il cacciatore ha finito di mangiare il suo panino, si pulisce la bocca con la manica della tuta termica. “Quando ci sono bambini è sempre un problema,” dice, come se avesse inutito i suoi pensieri. “I bambini vogliono toccarli, ma questi sono cani da lavoro. Bravi cani, non hanno mai morso nessuno, ma coi bambini non si può mai sapere. Ai cani da slitta non piacciono i bambini.” La ragazza pensa a Zanna Bianca di Jack London. Anche a Zanna Bianca, le pare di ricordare, non piacevano un granché i bambini. Si volta a guardare la linea azzurra, sfumata, della calotta glaciale e poi la discesa dietro di loro, la via dalla quale sono arrivati. Senza Nome è una macchia giallo chiaro che avanza lentamente, mezzo affondata nella neve. Quando finalmente arriva in cima, si lascia scivolare su un cumulo di neve pressata di fianco alla muta, con gli occhi chiusi. E’ esausto. Sotto i suoi fianchi, la neve si colora di un rosso pallido, annacquato, ma la ragazza non ha il coraggio di dire niente. Si sente stringere il cuore di pena, anche se lo sa che non serve a niente e che forse neppure è giusto: qui la vita è dura per tutti, non ci si commuove per un cane rotto.

Quando la slitta riprende velocità, lui le urla di tenersi con tutta la forza che ha e lei aggancia le mani alle sbarre di legno e punta i piedi, ma lo stesso, il suo corpo sottile sobbalza e sta quasi per prendere il volo mentre i cani si tuffano a rotta di collo verso il fondo della montagna. Proiettili di ghiaccio duro le colpiscono le labbra e il mento e le sembra che il suo cuore stia fermo, contratto e schiacciato contro i polmoni. Ha cominciato a nevicare. Palline di neve come polistirolo sgranato –quaniq, dice il cacciatore con un piccolo sorriso, e lo ripete, indicando in alto, quaniq–  e il cielo basso, bianco uguale alla terra. Non si sente nessun suono. Come se il mondo si fosse estinto un milione di anni fa e questa fosse soltanto una vecchia, vecchissima fotografia in bianco e nero. La ragazza pensa al cane sperduto in cima alle montagne, alle sue anche malandate che lasciano una bava di sangue su quei pendii immacolati. Vorrebbe urlare al cacciatore di fermarsi, di fermare quei maledetti cani, dirgli che non possono abbandonarlo così in mezzo a una tempesta, ma non può farlo, lo sa benissimo questo, così resta zitta, appiattita sulla slitta, con un sacchetto di pack termico tra le mani guantate per cercare di scaldarsi e la neve che le scivola dentro il coletto del parka allentato.

Quando sono rientrati in paese, sul fiordo a pescare non c’era più nessuno. Adesso la neve cadeva fitta e turbinava sopra il ghiaccio prima di posarsi. Il cacciatore non le aveva più rivolto la parola. L’escursione era andata bene, il suo lavoro era finito. Adesso, stava sciogliendo i cani dalle cinghie uno ad uno e li riportava alla grande rastrelliera in riva al fiordo, dove li avrebbe legati per la notte e li avrebbe fatti mangiare. C’erano le cinghie da riavvolgere e mettere a posto, la slitta da sistemare prima di riporla. Insomma, aveva da fare. Lei se ne stava lì in piedi sotto la neve, senza sapere cosa dire. Le mani in tasca e lo zainetto in spalla. In fondo al fiordo, ai piedi della catena montuosa, nessuna macchia gialla in movimento. Solo il bianco dei dorsi innevati delle montagne e il grigio lucido del ghiaccio.

Ha aspettato per due ore. Ormai aveva perso la speranza. Guardava i cani litigarsi grumi di riso e pesce secco, ringhiandosi gli uni con gli altri e sollevando grandinate di neve con una zampata. Quando il cacciatore ha finito, le è passato di fianco e senza guardarla e senza smettere di camminare ha detto: è arrivato. Non c’era ragione di preoccuparsi. E si è allontanato lungo il sentiero tracciato sulle neve sporca dai pattini delle slitte. Se vuoi, puoi portarlo con te, c’è un guinzaglio rosso appeso sulla destra della rastrelliera, in alto.

Lo guardava dalla finestra della cucina mentre aspettava che la zuppa si scaldasse. Il vetro era coperto di un alone di vapore e il cane era solo una sagoma sfocata, un mucchietto di pelo e ossa abbandonato sulla neve sporca del sentiero davanti all’albergo. Dopo la cena, consumata in silenzio, la ragazza aveva indossato il parka, gli stivali e i guanti ed era uscita. Gli aveva portato un ciotola colma di carne in scatola mescolata a tocchetti di pane e gliel’aveva posata davanti. Lui stava disteso nella neve e sembrava non avere neppure la forza di sollevare il muso. Allora aveva incominciato a parlargli, sottovoce e poi sempre più forte. Gli aveva detto che avrebbe tanto voluto farlo entrare e tenerlo a dormire di fianco alla stufa, al caldo, all’asciutto, che doveva mangiare se voleva guarire e che non l’avrebbe lasciato solo. Lungo il sentiero che portava al paese non c’era nessuno, aveva ricominciato a nevicare e l’ombra delle montagne si allungava sul fiordo, tra poco avrebbe fatto buio, anche se ormai la ragazza lo sapeva che in questa stagione il vero buio non arriva più. Un chiarore diffuso avrebbe continuato a spandersi da dietro la cresta delle montagne fino a che il sole non sarebbe spuntato di nuovo, dietro la coltre di nubi fitte, cariche di neve. Faceva freddo, e il cane continuava a restare disteso nella stessa posizione, ogni tanto, al suono della sua voce socchiudeva un occhio e la guardava. Sembrava così triste e così solo, e la ragazza avrebbe voluto allungare una mano ad accarezzarlo sulla testa, ma ricordava le parole del cacciatore. Forse, quel cane non era mai stato accarezzato da nessuno in tutta la sua breve vita, neanche quando era un cucciolo e il tocco di un essere umano, per lui, non sarebbe stato altro che un ruvido fastidio. Faceva troppo freddo per restare là fuori, così tornò dentro e preparò il letto per la notte, ma quando si stese dentro il sacco a pelo non riuscì ad addormentarsi. Continuava a vedere l’occhio umido del cane che si socchiudeva e lampeggiava piano, come la debole luce di un faro vista da lontano, dal mare, a chilometri e chilometri di distanza, in mezzo a una tempesta. E allora si era alzata, aveva appoggiato la fronte al vetro freddo della finestra della sua stanza e aveva cercato la macchia più scura del cane sulla neve. Era lì, immobile, e lei aveva pensato che forse non avrebbe superato la notte. La corsa di oggi, tutti quei chilometri in salita e in discesa, la neve, quel freddo così intenso e lo sforzo prolungato, lo avevano ridotto in fin di vita, anche se il cacciatore diceva che era normale, che faceva sempre così. Era rimasta in quella posizione per un po’, indecisa se tornare fuori a portargli qualcos’altro, a cercare di toccarlo, a parlargli. Poi era tornata a stendersi nel suo sacco a pelo e finalmente, quando il sole già cominciava a spuntare dietro la corona di monti bruna, si era addormentata.

Lei era di nuovo là. L’aveva vista, aveva visto la sua sagoma dietro il vetro della finestra, quell’alone che gli umani si portano sempre dietro, dappertutto, e che manda una luce fioca, una specie di ombra, ma invece che buia, chiara. L’odore da lì non riusciva a sentirlo, lo stesso, aveva sollevato la testa, con gli occhi chiusi, ad annusare le tracce nell’aria. C’erano strati di odori compressi gli uni sugli altri e lui era capace di scomporli, isolarli e assegnare a ciascuno un’immagine mentale. C’era anche lei tra quegli odori, la ragazza straniera, e lui la vedeva con la testa abbassata nella sua direzione, la ciotola di carne tra le mani. La carne era ancora lì. Non l’aveva toccata. E non perché non avesse fame o non ne avesse le forze, era per via di quell’odore, del suo odore. Lo percepiva, che la ragazza non voleva fargli del male, anzi, sentiva che era protesa verso di lui, che desiderava solo accarezzarlo, nutrirlo, ma lo stesso non riusciva a vincere il disgusto che sentiva. Quello era odore di prigione, di catena, di una vita che in niente somigliava a quella che lui conosceva da sempre, l’unica che poteva tollerare. Si mise seduto. L’anca destra era massacrata così spostò il peso sulla sinistra. Un guaito incontrollabile gli sfuggi dalle fauci. Poi si scosse la neve e le croste di ghiaccio di dosso e cominciò a tirare. Tirò con tutta la forza che gli restava, scuotendo il corpo magro da una parte all’altra, come un indemoniato. Se qualcuno l’avesse visto, avrebbe pensato che si trattasse di un attacco di rabbia e forse avrebbe finito le sue sofferenze con un unico colpo di fucile in mezzo agli occhi, ma non c’era nessuno a guardarlo, e Senza Nome continuò a dimenarsi, a scuotersi e a tirare, con la lingua tra i denti e il cuore che batteva impazzito sotto le costole. Poi il laccio si spezzò e lui ruzzolò qualche metro più avanti, lungo il sentiero in discesa. Era libero. Nessuna luce si accese dentro la casa dove era entrata la ragazza e in nessuna delle case vicine. Era l’alba, il villaggio stava per svegliarsi. Il cane si guardò attorno, valutò le vie di fuga, non aveva nessuna intenzione di fare brutti incontri. Poi scelse di fare la strada più lunga per arrivare fino al porto, da lì avrebbe preso in direzione delle montagne.

Non c’erano tracce della muta, né odore di altri cani. Solo la neve che cadeva sempre più fitta e una debole scia di sangue che gocciolava dal suo fianco. Quando non ne poté più di avanzare, scavò una tana sotto il bianco, dietro una roccia, e ci si adagiò dentro ad occhi chiusi. Si addormentò e nel sogno correva veloce, correva come corrono tutti gli altri cani e non sentiva più nessun dolore.

La neve continuò a cadere per tutto il giorno e poi per tutta la notte.

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7 commenti on “Senza nome”

  1. lilith70 ha detto:

    mi hai fatto piangere.

  2. DevilsTrainers ha detto:

    la foto di Senza Nome sta sul mio camino. al caldo.

  3. japhy72 ha detto:

    gia m’è venuto su un bel magone. ci sarà un seguito ?

  4. ghiaccioblu ha detto:

    come siete sensibili. io diffido sempre di quelli che si commuovono per le bestie e non per gli umani. 🙂

    non c’è un seguito, japhy, è un racconto, che forse entrerà nel libro-reportage di viaggio che sto finendo di scrivere…

    s

  5. lilith70 ha detto:

    fai bene a diffidare. infatti io mi commuovo SOLO per le bestie.

  6. dario deserri ha detto:

    racconto molto bello… da emozione è vero… brava.

    D.


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