Tuvixeddu, la necropoli sepolta dai palazzi

Questo pezzo, in una versione leggermente abbreviata, è uscito su l’Unità di martedì 7 ottobre, accompagnato da due miei scatti.


Tuvixeddu, la necropoli sepolta dai palazzi

Simona Vinci

casetta rossaDall’alto del colle di Tuvixeddu, la casa con il tetto rosso è quanto di più incongruo si possa immaginare: Cappuccetto Rosso sperduta nel bosco, un cespuglio di bacche in mezzo a una selva di alberi colossali o una vecchietta traballante, piccola piccola tra giovani giganti. La macchia verde del giardino soppravvive e là sotto ci s’immagina l’ombra e un nugolo di gatti e pasciuti cani bastardi che riposano stesi sul selciato del cortile. Davanti c’è anche una palma. E oltre la palma, un casermone azzurro e giallino a sei piani lungo come un Eurostar. Nella casetta con il tetto rosso, Francesca ci ha abitato per quarantasei anni, dal giorno del suo matrimonio fino alla fine della sua vita, con il marito, il figlio e i loro amati animali raccolti per strada: cani e gatti, un corvo, per un po’ anche una pecora azzoppata e una maialina destinata a diventare salume. L’artista Andrea Nurcis, il figlio di Francesca, oggi è qui con me, a Cagliari, sul colle di Tuvixeddu -in questi giorni al centro di una vero e proprio braccio di ferro tra chi tenta di tutelarlo e chi vuole continuare a costruirci sopra- a passeggiare avanti e indietro nello spazio e nel tempo.

gru
Quando Andrea era bambino, e fino a pochi anni fa, questi palazzi che adesso chiudono la vista non c’erano e dalle finestre della casa dov’è cresciuto si vedeva lo stagno di Santa Gilla, uno specchio d’acqua azzurro verde che brillava oltre le punte delle agavi selvatiche e si confondeva con il cielo. E dietro, dietro c’era l’altro mondo. La necropoli, con le sue tombe scavate nella pietra calcarea, le iscrizioni e gli affreschi di porpora che i fenici avevano lasciato a sempiterna memoria dei loro defunti. La necropoli di Tuvixeddu (in sardo colle dei piccoli fori) è area sacra di tumulazione dei cadaveri che risale alla civiltà feniciopunica. Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento divenne una cava dell’Italcementi. Il cemento si fa con il calcare e qui ce n’era a volontà: una parte notevole dell’impianto funebre venne così polverizzata. La Necropoli è stata anche, nel corso dei secoli, insediamento rupestre e, dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, un rifugio che i morti accordavano ai vivi più disperati: chi fuggiva dai bombardamenti e chi non aveva più una casa dove andare. Mai però è stata, fino ad ora, un luogo da tutelare e valorizzare rendendolo fruibile a chiunque volesse visitare la testimonianza unica al mondo di una civiltà così antica. Andrea mi racconta che per mano sua madre lo portava proprio al centro della necropoli, dove in una casetta abusiva abitava una vecchietta. “Questa signora ci accompagnava a visitare grandi tombe che contenevano meravigliosi tesori e ci diceva: “siete i primi che faccio entrare in questa grotta, è giusto che il bambino impari.” A quei tempi, mi dice ancora Andrea, “Tuvixeddu era davvero una collina bellissima e misteriosa anche nell’abbandono e tutti i bambini del quartiere sapevano della necropoli, e si rendevano conto che era qualcosa di molto antico e di sacro. Lì era pieno di ragazzini, un posto meraviglioso per giocare. A volte d’estate arrivava qualche turista solitario, uno straniero, e noi bambini lo accompagnavamo tra le rocce di calcare rivestite dalle piante dei capperi”. Poi, attorno e sopra quest’area si cominciò a costruire e ancora non si è smesso. I terreni appartenevano a privati, un groviglio di particelle catastali ancora oggi non chiaro. serratura
Ai piedi del colle, nell’ipogeo della Grotta della Vipera, c’è una poesia fatta incidere dal romano Lucio Cassio Filippo in onore della moglie Pomptilla che si incamminava senza di lui nel mondo oltre la vita. Parla di ossa che sbocceranno in viole e gigli, petali di rosa e profumato croco e amaranto: “che il tempo futuro possa avere anche un tuo fiore”. Oggi, 20 settembre 2008, l’aldilà si può intravedere oltre il buco di una serratura arrugginita, in viale S.Avendrace, a Cagliari. Da questa parte della strada ci sono palazzi di edilizia popolare costruiti da poco, c’è Conad City, il supermercato, ci sono le macchine parcheggiate, di là invece, rovine e silenzio agitato dal passaggio di gatti randagi e lucertole e certo, ci sono anche quei fiori che Lucio si augurava sarebbero nati sopra le ossa della sua amata, ma sono fiori selvatici, impolverati, e che nessuno può vedere. Quando è stagione, qui crescono anche le orchidee, spuntano tra piante di cappero, agavi alte come alberi e fitti ciuffi di rucola selvatica che strappiamo e mastichiamo come capre mentre ci avventuriamo tra gli sterpi, aggirando transenne e coperture per vedere la necropoli più da vicino, anche se ora come ora non si potrebbe. Krl, Karel, la città di Dio, era l’antico nome della città di Cagliari, e la sua area funeraria, Tuvixeddu, fu la necropoli più grande della Sardegna e una delle più vaste di tutto il bacino mediterraneo. La fondarono i Cartaginesi  nel VI sec a.C, ma la utilizzarono anche i fenici e poi i romani, che si allungarono oltre le pendici del monte lungo il viale di Sant’Avendrace, secondo il loro costume di allineare i sepolcri lungo le strade che corrono accanto al centro abitato. E’ proprio qui, lungo questa strada, che si sono costruiti palazzi e palazzine direttamente sopra le tombe romane: come in un film horror giapponese, si sono gettate fondamenta sulle sepolture dei bambini. Mentre all’inizio del 2000 cominciavano e poi proseguivano i lavori di costruzione dei palazzi in via sant’Avendrace che le avrebbero tolto la vista sull’acqua, Francesca si ammalò di tumore. La sua malattia e i palazzoni crescevano insieme, in un gioco del destino che non può non far pensare a quanto davvero il territorio che abitiamo e il paesaggio del quale siamo noi stessi parte, siano legati indissolubilmente: la carne degli esseri umani e la carne della terra sono la stessa cosa, si ammalano delle stesse malattie e si rispecchiano l’una nell’altra. E’ da più di vent’anni che Italia Nostra, Legambiente, associazioni e moltissimi comuni cittadini tentano di fermare questo scempio e a gennaio dello scorso anno sembrava che ce l’avessero fatta: la Regione Sardegna aveva stabilito di fermare tutti i lavori sul colle e  istituito una commissione per dichiarare il notevole interesse pubblico dell’area così com’era. Senza doverla per forza trasformare in un giardinetto pubblico pettinato, con enormi fioriere di cemento parcheggiate sopra le tombe, grazioso a vedersi dalle finestre dei casermoni in cima all’altro lato del colle. Quelli già costruiti e quelli da costruire. Ma un precedente accordo di programma tra Comune di Cagliari, imprese e la passata amministrazione regionale diventò uno scoglio sul quale si arenò la proposta. Comune e imprese ricorsero al tribunale amministrativo sardo. La sentenza è di pochi mesi fa: annullati i vincoli imposti dalla Regione. Renato Soru, governatore della Sardegna, ricorse al Consiglio di Stato. Di nuovo il tribunale dà torto alla Regione, ma fornisce qualche spiraglio giuridico. Altro blocco dei lavori da parte dell’amministrazione regionale, altra sconfitta al tar e altro ricorso al Consiglio di Stato. Intanto, l’incontro previsto per la scorsa settimana tra il presidente Soru e il ministro dei beni culturali Sandro Bondi per tentare di definire le sorti del colle è saltato, e rimandato a data da definirsi. Davanti a questa brutta storia d’Italia, resta in bocca l’amara consapevolezza che niente può più stupirci nel Paese in cui, cinquant’anni fa, al Coni e all’Azione Cattolica venne in mente che per le Olimpiadi del 1960 si sarebbe potuto costruire un faraonico stadio lungo l’Appia Antica, a Roma, proprio sopra le catacombe di S. Calisto. Data l’idiozia della proposta, e il coro unanime di proteste, per fortuna non se ne fece nulla, e le Catacombe di San Callisto attirano oggi centinaia di migliaia di visitatori ogni anno. Mi chiedo dove sia finito il plastico che illustrava l’opera una volta compiuta, probabilmente giace in qualche ripostiglio. Speriamo che anche di questa ennesima speculazione ai danni dell’umanità intera resti solo un plastico bianco e verde abbandonato nella polvere di una qualche cantina di Cagliari. Dalla casa rossa, comunque andrà a finire la vicenda, il mare e l’acqua piatta dello stagno di Santa Gilla non si vedono più, e i gatti di Francesca, ora che lei se n’è andata di là, vagano randagi tra tombe e casermoni, anime in pena come quelle dei defunti fenicio-punici e romani che certamente si domandano perché cavolo il loro meritato riposo debba essere tanto travagliato. E non è detto che un bel giorno non decidano di vendicarsi, come minaccia dall’iscrizione fatta porre sulla sua tomba a Sidonia il re fenicio Ezer: "Che nessuno mi tolga da questa bara in cui riposo, che nessuno mi deponga in un´altra tomba… Sebbene io sia ridotto in silenzio, tuttavia le mie imprecazioni hanno parole… Ogni principe reale e ogni uomo che aprirà la camera di questo sarcofago o che rimuoverà questo feretro, non abbia una sepoltura, né l´abbiano i suoi figli e discendenti… Che gli dei li diano in balia di un potente tiranno, che ne faccia sterminio…".

01_Francesca e suo figlio AndreaFrancesca e Andrea Nurcis.


 

PS.  Ringrazio Andrea Nurcis per avermi accompagnata nello spazio e nel tempo.
        Ringrazio Giorgio Todde per la consulenza, le precisazioni e la gentilezza infinita.

http://www.firmiamo.com/flash/46860black.swf

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2 commenti on “Tuvixeddu, la necropoli sepolta dai palazzi”

  1. utente anonimo ha detto:

    Pare che i Fenici inventarono quell’alfabeto fonetico di 22 lettere utilizzato ancora oggi nella scrittura moderna. La necropoli di Tuvixeddu è una delle più importanti testimonianze di questo antico popolo. Le radici del linguaggio e della comunicazione umana si possono trovare incise sulle rocce di Tuvixeddu. Gli italiani dovrebbero conoscere e amare questo luogo. Dovrebbero esserne orgogliosi e fare il possibile per difenderlo dalla speculazione e dal cemento. Firmate la petizione.
    La X di Tuvixeddu si legge come la J del musicista brasiliano Jobim.

  2. utente anonimo ha detto:

    Qui dove i segni della dea lunare
    vegliano i morti e parlano d’amore,
    Qui dove i fiori esangui e senza odore
    Vestono l’aspra roccia di calcare,
    Qui nel cospetto dell’azzurro mare
    Sotto i raggi del dio divoratore,
    Piccola sfinge, esotico mio fiore,
    Sopra la bocca ti vorrei baciare.
    Mentre punica, immobile, infinita
    Del meriggio l’arsura in alto tace,
    La necropoli invita ai suoi recessi.
    Stretta al mio cuore io vorrei trarti in essi:
    Io vorrei trarti dove è fresco e pace
    Soli tra i morti ad eternar la vita
    Francesco Tauro, “Tuvixeddu”, Cagliari, 1 maggio inizio sec. XX


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