Uomini di carta e inchiostro- Maigret


JeanGabin
Jean Gabin-Maigret


Maigret sono io… oppure no?

Quando mi è stato chiesto di scegliere un personaggio di romanzo sul quale costruire una lezione, ho pensato subito a Maigret. Anche se mi erano venuti in mente altri personaggi che amo e che oltre ad essere creature di carta sono diventate per me qualcosa di più, Maigret faceva capolino da tutte le parti e cercava di attirare la mia attenzione. Forse perché Maigret non è il classico personaggio da romanzo: estremo, paradigmatico, spesso tragico oppure ironico e comunque sopra le righe, Maigret è diverso, è un uomo come ce ne sono tanti. Un uomo appunto, con vezzi, tic abitudini e caratteristiche così pronunciate che quando si pensa a lui, ai suoi casi, a quei libri nei quali sono raccontati, l’idea, il pensiero, diventano immediatamente qualcosa di tattile, fatto di atmosfere, di odori, colori, sapori, consistenze. Maigret non vive soltanto in duecento trecento pagine (la lunghezza media di un romanzo) , Maigret vive in migliaia e migliaia di pagine, in decine di film per il grande schermo, riduzioni televisive e radiodrammi.

Il suo creatore, George Simenon, ha scritto 75 romanzi che hanno per protagonista Jules Maigret. E un centinaio, forse di più, di racconti. Il primo romanzo risale al 1930 ed è intitolato Pietr il Lettone. L’ultimo, Maigret et Monsieur Charles è del 1972.
1930-1972, sono 42 anni. Una vita. Per 42 anni, forse di più -considerando che un personaggio vive come un fantasma nella testa dell’autore per un bel po’ prima di essere messo sulla carta e continua ad abitarci anche dopo, dopo che l’ultima riga su di lui è stata scritta e pubblicata- Jules Maigret ha camminato a fianco di Georges Simenon, come un’ ombra fedele.
Così, prima ancora di domandarci chi sia questo Jules Maigret, mi piacerebbe ci domandassimo cosa è stato per Georges Simenon il suo personaggio.
Creatura di carta e inchiostro soltanto, no di certo.
Un alter ego, forse.
Una mescolanza di persone realmente incontrate da Simenon. Di sicuro.
Un modo per sbarcare il lunario. Certo.
Un amico e un compagno di vita. Questo, soprattutto.  

Nel capitolo finale di uno straordinario romanzo di Paco Ignacio Taibo II che si intitola Rivoluzionario di passaggio, lo scrittore si rivolge al suo personaggio (che al contrario di Maigret vive solo nella leggenda, nelle cose che si raccontano di lui, nelle tracce che ha lasciato nel continente sudamericano ed oltre, ma che cambia volto e nome per ogni voce che lo racconta) e gli rivolge un saluto:

Allora, sembra che te ne stai andando, che ormai posso allungare ben poco la storia con cui ci siamo fatti compagnia in queste ultime notti. Niente dura in eterno, Sebastian, dico a te e dico alla macchina da scrivere che, abituata ai monologhi, non risponde più.
“Qualche istante prima di svanire, mi rivolgi un sorriso divertito. Stanotte, mentre scrivo a macchina davanti alla finestra, ti ricambio il sorriso.

All’inizio del romanzo Taibo gli aveva scritto anche:

Io faccio molta poesia, a tue spese. Tu fai una passeggiata per le strade acciottolate di Atlixco, a spese mie.

Queste due frasi, dicono molto del rapporto che uno scrittore può intrattenere con il proprio personaggio. Dicono che un personaggio di romanzo non è soltanto un fantasma, un’ombra che si illumina quando è sfiorata e raccolta dalla luce delle parole e delle frasi stampate nero su bianco sopra la carta. Un personaggio di romanzo per lo scrittore esiste davvero. Fa parte delle sue giornate, dei suoi gesti quotidani.
Può durare tre giorni, un anno o una vita quel periodo di tempo nel quale lo scrittore, ad ogni passo che fa, ad ogni luce che vede, ad ogni odore che respira e ad ogni avventura o disavventura che gli capita, si immagina il suo personaggio nella stessa situazione e si domanda, ma lui (o lei, o loro) che farebbe? Ma lui, cosa sentirebbe?

A volte il distacco avviene in modo brusco. Finito il libro, i personaggi evaporano e se ne vanno. Non invecchieranno mai, non cambieranno mai, resteranno lì in equilibrio su un filo sottile di tempo immobile, nello stesso identico luogo nel quale si sono mostrati la prima volta. Un loop spazio temporale, chiuso dentro le pagine di un libro. Altre volte invece invecchieranno insieme all’autore, cambieranno, si sposteranno altrove e da quell’altrove continueranno a parlare.
Come Maigret.
Maigret che è uno, ed è mille.
Resta sé stesso eppure ha tante facce.
Possiamo chiudere gli occhi e provare ad immaginarlo.
Prima la sagoma. E questo è facile. Maigret è un uomo piuttosto grosso. Imponente. Una specie di armadio. Non grasso, ma piazzato. Abbastanza alto. Spalle larghe. Ventre prominente. La faccia però ci sfugge, i lineamenti non sono poi così precisi. Le tre, quattro facce più note del Maigret del grande e del piccolo schermo si mescolano nella nostra memoria a quelle soltanto immaginate e ci confondono i ricordi. Com’è il vero Maigret? Ha il naso di Gino Cervi? Oppure quello di Jean Gabin? E la bocca? E’ quella prominente di Michel Simon? E gli occhi allora, erano quelli del primo Maigret in assoluto, Pierre Renoir, più alto e più magro del Maigret di carta, ma tanto simile a lui nei movimenti, negli atteggiamenti? Oppure Maigret era davvero così grasso, (e così inglese, ma non era francese?) come l’attore Charles Laughton ne L’uomo della torre Eiffel, film del 1950?
E poi, Maigret portava o no il cappello?
E se, sì, che tipo di cappello era, un cilindro? Un pork pie hat? Un Borsalino, un cappello qualsiasi, una bombetta?
Ma certo, una bombetta. 
Sì, ce lo dice Simenon. Anzi, sentite cosa dice della sua famigerata bombetta, Maigret in persona nel libro ‘Le memorie di Maigret’ che Simenon scrisse nel 1950 -quando i romanzi di Maigret erano più o meno a quota 40 – e che racconta molto bene il rapporto tra l’Autore e il suo Personaggio.

Quando il giovane Sim (pseudonimo – una tra i tanti-che Simenon adottò all’inizio della sua carriera letteraria) entrò per la prima volta al Quai Des Orfevres, nell’armadio avevo ancora una bombetta, ma non la portavo più che in rare occasioni: per i funerali o per le cerimonie ufficiali. Ora avvenne che nel mio ufficio fosse appesa una fotografia scattata qualche anno prima in non so quale congresso, nella quale io apparivo con quel maledetto cappello. A questo particolare debbo se ancora oggi, quando mi presento a qualcuno che non mi ha mai visto, mi sento dire: “ma lei ha cambiato tipo di cappello.

Una bombetta, un soprabito con il velluto, una pipa perennemente in bocca. Ecco Maigret, nei suoi tratti caratteristici.

Sempre nelle Memorie di Maigret, il personaggio chiede al suo creatore: era indispensabile semplificarmi a quel modo?
E Simenon risponde:
All’inizio sì. Bisogna che il pubblico si abitui a lei, alla sua figura, alla sua andatura. Adesso ho trovato la parola giusta. Per il momento lei è solo una figura, un dorso, una pipa, una maniera di camminare, di brontolare.”E per anni, ogni mese, io dovevo trovare in un libro dalla copertina lucida, un Maigret che mi imitava sempre di più. Almeno tutto ciò fosse rimasto circoscritto ai libri! Ma se ne sarebbero occupati il cinema, la radio e più tardi la televisione. E’ una strana sensazione vedere sullo schermo andare, venire, parlare, soffiarsi il naso, un signore che pretende di essere voi, che prende in prestito certe vostre caratteristiche, pronuncia frasi che voi avete pronunciato in circostanze che avete conosciuto, che avete vissuto, in ambienti che spesso sono stati ricostruiti minuziosamente.

E’ naturalmente sempre Simenon che parla, perché Maigret non esiste, ma chi sono gli uomini a cui si ispirò per rendere il suo personaggio così reale da farcelo avvertire come una persona in carne ed ossa?

Intanto lui stesso. La pipa era anche un suo vizio. Così come lo erano la buona cucina e la birra e il calvados.
Anche un sé stesso che forse Simenon avrebbe voluto essere e non è mai stato. Simenon aveva mille amanti, molte delle quali a pagamento, e si vantava di aver avuto centinaia di donne nella sua vita, Maigret invece aveva conosciuto solo la signora Maigret e se anche in alcune delle inchieste, qualche sospettata o indagata, mostrandosi per caso in vestaglia e pantofole, o con un vestitino incollato alla pelle, procurava al buon Maigret qualche sussulto, in realtà era contento così. Forse anche Simenon avrebbe voluto una vita più tranquilla, più ‘borghese’.

E poi, due commissari di Polizia Giudiziaria.
Un certo Xavier Guichard, che Simenon definì il ‘fratello maggiore di Maigret’ e che spiegò all’allora giovane Simenon (aveva venticinque anni ai tempi del primo Maigret) un bel po’ di cose interessani: la tecnica utilizzata negli interrogatori, ad esempio e tante piccole cose che messe assieme costruiscono il mestiere del poliziotto.
E poi un altro commissario, Massu, che fu il successore di Guichard.
E ancora tanti altri funzionari di polizia, senza nome ma ugualmente importanti.
Senza nome.
Anche Maigret, se fosse davvero esistito, sarebbe probabilmente stato uno di loro, uno di quei funzionari senza nome.
Infatti non c’è niente di romanzesco, in Maigret, niente di tragico o di sopra le righe, niente che lo renda un ‘personaggio da romanzo’ nel senso più caricaturale del termine.
Jules Maigret è un uomo comune. Un francese d’estrazione contadina che a a costo di grandi sforzi completa gli studi ed entra in polizia (dopo aver sognato di essere medico o psicologo) e accede ad uno stato sociale appena un po’ più alto.
Maigret è un piccolo borghese con desideri da piccolo borghese. Ha una casa decorosa, ma certo non di lusso. Un po’ avanti con l’età riesce ad acquistare una casetta di campagna fuori Parigi. Ha una passione per la birra fredda e per il cibo cucinato bene. Ha un’altra grande passione, che è quella per il suo lavoro. E soprattutto, per il mistero racchiuso in ogni essere umano. Questo è un dettaglio non da poco.
Consideriamo quello che Simenon ci racconta sugli studi di Maigret: voleva fare il medico, o lo psicologo. Farà il poliziotto, praticamente per caso, ma non sarà un poliziotto con il gusto della logica stringente (come ad esempio, per citare altri personaggi di romanzi gialli) Sherlok Holmes o con la passione per l’enigma come l’ Hercule Poirot di Agatha Christie; sarà invece un poliziotto attento sopra ogni cosa al cuore nero degli uomini, delle città e soprattutto della provincia francese, al cuore nero della borghesia alla quale egli stesso appartiene.
I casi preferiti da Maigret sono -come dice Simenon per bocca di Maigret-, dei delitti commessi all’improvviso negli ambienti più imprevisti che sono il risultato di una lunga e sorda fermentazione. Una strada qualsiasi, pulita, perbene, a Parigi o in un’altra città. Gente che ha una casa confortevole, una vita familiare, una professione onorevole.Mai abbiamo avuto motivo di bussare alla loro porta. Spesso si tratta di un ambiente in cui difficilmente saremmo ammessi, dove stoneremmo, dove ci sentiremmo per lo meno goffi. Ora, qualcuno è morto di morte violenta. E ci troviamo a suonare alla porta, ci troviamo davanti alcuni visi chiusi, una famiglia di cui ogni membro sembra possedere un proprio segreto. (…) Vi è una spessa vernice di rispettabilità da grattar via un po’ alla volta. Ci sono i più o meno ripugnanti segreti di famiglia, che tutti sono d’accordo nel cercare di nasconderceli. Sono i casi che si potrebbero chiamare delitti da dilettanti, e che si rivelano sempre delitti d’interesse. Non delitti di denaro. Intendo dire, non commessi per un bisogno immediato di denaro (….). Dietro la facciata ci sono interessi più complessi, a lunga scadenza che si concetenano e presentano le preoccupazioni della rispettabilità. Spesso la faccenda risale a molti anni prima, nasconde vite intere di imbrogli e di sudiciume. E quando alla fine sono costretti a confessare, scopriamo cose ignobili.

Ecco, questi sono i casi di Maigret.
I casi nei quali siamo abituati come lettori a vederlo muoversi col suo passo lento e pesante, con la sua espressione spesso vaga e indecifrabile.

Simenon sa benissimo che tra le centinai di delitti e crimini che vengono commessi ogni anno, non è che la più piccola parte di essi ad appartenere a questa categoria; ci sono decine di delitti passionali,  o delitti nati da risse tra ubriachi, ci sono delitti maturati in ambienti malavitosi, ci sono le rapine a mano armate che finiscono nel sangue e via dicendo, ma quello che interessa davvero a Simenon, e dunque a Maigret, sono i casi di uomini comuni dalla vita comune che un bel giorno, non si sa perché (questo perché è il fine dell’ispettore) compiono un delitto a volte meditato per anni e anni, covato come brace sotto la cenere.

Pensiamo al romanzo Maigret nella casa dei fiamminghi.
Una ragazza di nome Germaine Piedboeuf è scomparsa nel nulla in un tranquillo paesino di nome Givet. L’ultima volta è stata vista entrare nella bottega adiacente alla casa dei Fimminghi. Poi, se ne sono perse le tracce. Germaine ha avuto un figlio illegittimo da Joseph, uno dei figli dei Fiamminghi, la famiglia Peeters, ma il ragazzo era fidanzato e promesso sposo di un’altra, più adeguata a lui come condizione sociale. Ora la ragazza è scomparsa e tutti accusano i Peeters. I fiamminghi. Odiati da tutti perché stranieri (vengono da oltre la fontiera che è li, appena fuori del paese di Givet, una linea sottile che cambia gli uomini, le abitudini, i pensieri, la pasta di cui sono fatti) e perché ricchi.
Quando Maigret arriva nel paesino alla frontiera con il Belgio, per indagare in proprio sul caso(gli è stato chiesto proprio dalla famiglia, visto che per i colleghi della circoscrizione di Nancy la famiglia Peters è certamente colpevole) viene accolto alla stazione da Anna Peeters, la sorella di Joseph, accusata insieme al resto della famiglia di essere un’assassina. 

Sentite come la descrive:

Poteva avere venticinque o trent’anni. Molto più alta della media, aveva una struttura solida, una ossatura che toglieva ogni grazia ai suoi lineamenti. Vestiva da piccola borghese, con estrema sobrietà. Un modo di comportarsi calmo, quasi distinto. (…)

E sentite come descrive la casa:

Stavano arrivando; la casa dei Fiamminghi acquistava dei contorni più netti. Era una grossa costruzione, sulla riva del fiume, nel luogo in cui le imbarcazioni si facevano più numerose. Nessuna casa intorno. Il solo edificio che si vedesse era la dogana belga, fiancheggiata da una bandiera tricolore. C’erano sui vetri dela porta delle reclames di certi prodotti per pulire l’ottone. Un campanello squillò. E, fin dalla sgolia, si era avvolti dal calore, da un’atmosfera indefinibile, quieta, sciropposa, nella quale prevalevano gli odori. ma quali odori? C’era una punta di cannella, una nota più forte di caffè macinato. Un’atmosfera dalla quale emanavana anche un odore di petrolio, ma con un sottofondo di ginepro. Una lampada elettrica, una sola. Dietro il bancone di legno dipinto di scuro, una donna con i capelli bianchi e un corpetto nero.

Maigret entra in questa comunissima casa di frontiera che potrebbe essere il luogo di un delitto orrendo, la casa di tranquilli mercanti belgi che potrebbero rivelarsi feroci assassini. E la prima cosa che fa il commissario Maigret, è di accomodarsi ad una tavola apparecchiata (tovaglia a quadri, posate d’argento, tazze di bella porcellana) e lasciarsi servire del caffè fumante e una fetta di torta di riso.

Continua Simenon:

Tutto in quell’atmosfera contrastava con un dramma. Si aveva l’impressione che i peggiori avvenimenti potessero accadere fuori, senza turbare la quiete della casa Dei Fiamminghi, dove non c’era un granello di polvere, né alcun rumore tranne il brontolio della stufa.

E qui, immerso in questa atmosfera sonnolenta e serena, Maigret inizia le sue indagini. Ecco piano piano svelarsi il metodo indagatorio di Maigret. Eccolo, ora arriva, ora arriva la zampata, ci diciamo noi lettori e non ci siamo accorti che l’indagine è già cominciata da un pezzo, da quando nella prima pagina del romanzo, Maigret con la sua bombetta in testa, la sua ‘borsa da viaggio a soffietto di grosso cuoio logoro’ in mano e quel passo lentissimo da pachiderma, attraversa le vie della piccola cittadina di Givet e cerca di osservare tutto.
La gente, le case. I rumori. La donna che lo accompagna, il fiume largo con le sponde irregolari, le chiatte e i rimorchiatori.
Ogni più piccolo dettaglio.
Maigret non ha metodo. Ecco il suo metodo.
Lavorare sugli uomini. (E sui luoghi.) Osservare il loro contegno. Registrare i fatti. Crecare di stabilirne altri. Farsi assorbire completamente dall’atmosfera del luogo in cui il delitto è accaduto.
Anche certe tendine di pizzo alle finestre o una credenza contro un muro possono illuminare sull’accaduto, indicare una direzione. L’attenzione ai particolari.
Maigret non ha mai idee preconcette. Non si fa mai subito un’idea del caso, lascia che sia il caso a parlargli, con i i suoi tempi, le sue sfumature, le sue contraddizioni.
Le domande di Maigret sono domande semplici. Sono domande da Funzionario.
Ecco, anche questa parola è importante.
Maigret non è un detective, è soprattutto un bravo Funzionario. Un uomo preciso, ligio alle regole. Uno che va in ufficio tutte le mattine, accende la stufa se è inverno e apre le finestre se è estate, carica la sua pipa e sistema scartoffie per ore, a pranzo torna a casa dalla moglie tutte le volte che può e con lei conversa di mobili e galletti arrosti, di grappa di ginepro e del colore delle tendine nuove.

Sentite cosa aspetta Maigret a casa dopo un indagine particolarmente faticosa e inquietante (sempre la Casa dei Fiamminghi):

“E andata bene?”
La signora Maigret era stupita nel vedere suo marito così di cattivo umore. Palpava il cappotto che lo aveva appena aiutato a togliersi.
“Hai seguitato ad andare in giro sotto la pioggia…un giorno o l’altro ti verranno dei reumatismi! E vedrai!…Che storia era quella? Un delitto….”
“Un affare di famiglia!” risponde Maigret.
“E la ragazza che è venuta a trovarti?”
“Una ragazza! Mi dai per piacere le pantofole?”
“Va bene! Non ti chiederò più niente. Per lo meno a questo proposito; hai mangiato bene a Givet?
“Non lo so…”
“Indovina quello che ti ho preparato…”
“Uno sformato col lardo!”

Eccolo qua Maigret. Pantofole e sformato al lardo.
Un uomo che non assomiglia per niente ad un eroe, ma che assomiglia piuttosto al nostro vicino di casa che fa il funzionario di banca o l’impiegato alle poste, tranne che per Maigret, spesso, il problema del giorno non è un ammanco nei conti o una spedizione perduta, ma un omicidio efferrato.

“Il poliziotto”, dice ancora una volta Simenon per bocca di Maigret, “con tutto il rispetto per gli autori di romanzi, è prima di tutto un professionista. E’ un funzionario. Non tira a indovinare, non si diverte a una caccia più o meno appasionante. Si guadagna la vita, si sforza di guadagnarsi quanto più onestamente può il denaro che il governo gli dà alla fine del mese, quale compenso dei suoi servigi.

Eccole, le parole chiave che disegnano l’etica di Maigret: guadagnarsi la vita, onestamente, servigi.
Come scrive Carlo Lucarelli nell’introduzione all’Hagakure, testo del Giappone Medievale noto anche come Il Codice Segreto dei Samurai, e che ha contribuito a circondare la figura del samurai di un fascino insieme violento e malinconico: il samurai è l’ eroe solitario e silenzioso, che segue il suo Codice senza mai sgarrare, che combatte per difendere un ideale, che è pronto a rinuniciare alla vita per difendere quella del suo padrone, che ogni giorno contempla la sua morte e impara così a non averne paura. Ecco, scrive Lucarelli, esistono molti personaggi nel nostro immaginario cinematografico e letterario, soprattutto noir, che sono samurai senza saperlo. Jules Maigret è uno di questi. A dirglielo riderebbe, lui, seduto in un bistrot di Parigi a fare colazione, così laico e così francese. Eppure, Maigret è un fedelissimo servitore dello Stato e della Legge, un uomo con un suo fortissimo codice d’onore, che in quel servizio ha un punto di forza, ed è l’esperto conoscitore di una tecnica, di un sapere, di un’arte, quella dell’investigazione, che gli serve per combattere al servizio di quel principio. Come un samurai.
Il samurai Maigret che ogni volta che è in servizio già pregusta il meritato riposo del guerriero, il suo ritorno a casa nell’appartamento borghese e tranquillo, dove lo aspettano ‘buoni odori di cibi cucinati con cura, dove tutto è semplice e pulito, lindo e confortevole.” Dove la moglie Louise, tranquilla ed ironica compagna di una vita intera, apparecchia la tavola sempre alla stessa ora e gli fa poche, concise domande sui casi di cui il marito si sta occupando. Domande concrete e veloci, tanto simili a quelle che il marito fa ai sospetti durante un interrogatorio.

L’interrogatorio iniziale di Maigret è lento e per nulla incalzante, è il tentativo di lasciare che sia l’altro a raccontarsi, a svelarsi, a lasciar cadere ogni maschera e rivelarsi per quello che è realmente: colpevole oppure innocente.
Maigret è come un grosso masso piantato nel bel mezzo di un luogo misterioso. Misterioso lui stesso, e anzi  all’inizio quasi invisibile. Chi gli gira attorno, non si accorge subito di lui, è come se quel grosso amichevole masso ci fosse sempre stato in quel posto, invece di esserci piombato all’improvviso, come in effetti è.
Però, piano piano, quel masso comincia a far mutare le cose, dapprima impercettibilmente, fa sì che le abitudini, i movimenti, i gesti, gli sguardi di quelli che passandogli a fianco lo sfiorano, comincino a cambiare; a tradire emozioni che prima mascheravano benissimo. A tradirsi. Per poi finalmente trovarsi costretti a far cadere quelle maschere definitivamente.
Ecco la soluzione. Non una soluzione logica e trovata collegando deduttivamente gli indizi disseminati nel corso dell’indagine.
Come uno squarcio di luce improvviso arriva invece una verità che è sempre stata lì, intera, nascosta sotto una nuvola di bugie e di mezze verità.

Sempre nella casa dei Fiamminghi, quando ormai si è vicini alla risoluzione del caso, Maigret sorride alla principale sospetta che ha appena fatto un commento poco lusinghiero nei confronti di un altro personaggio che secondo lei “non ha l’aria di essere molto intelligente”, e le dice:

E’ così poca la gente che ha l’aria intelligente! Io, per esempio, appena mi trovo alla presenza di un possibile colpevole, mi metto subito a fare l’imbecille….’ Era la prima volta che Maigret si lasciava andare a qualche confidenza.

Che metodo è mai questo, potremmo chiederci noi? Di fronte ad un possibile colpevole ti metti a fare l’imbecille?
E perché no? , risponderebbe Maigret, se fai l’imbecille, quello che hai di fronte si rilassa e se si rilassa è molto probabile che si lascerà sfuggire qualcosa di interessante o che farà un po’ scivolare la maschera, rivelando così un angolo del volto, mezzo sopracciglio o la punta del mento, e ci avvicinerà così alla verità.

Un uomo comune con uno straordinario talento al quale è sempre applicata la sordina. Come la tromba dolce e malinconica di un jazzista timido.
Questo è il segreto di Maigret e il segreto del suo successo presso un pubblico di lettori che neppure oggi accenna a diminuire: la sua vicinanza con il mondo delle persone reali.
Sherlock Holmes non potrà mai esserci simpatico come Jules Maigret, con le sue stravaganze, i suoi vizi ben più pericolosi, la sua logica a prova di ferro e le avventure eccezionali nelle quali si trova conivolto. I duri dell’ Hard boiled di Hammet, tutti pistole e bambole assasine da smascherare, nei loro completi gessati da boss mafiosi, o il  romantico e disperato Philip Marlowe di Raymond Chandler, neppure. Quelli sono veri personaggi da romanzo, hanno delle facce da Robert Mitchum e da Humprey Bogart e fanno sognare le donne. Maigret è invece uno zio bonario e sornione con cui potremmo uscire a cena una volta alla settimana a chiacchierare del più e del meno.

Il fascino del suo personaggio è talmente forte, che spesso, dopo aver letto una delle sue inchieste, non si ricorda quasi niente dell’intreccio, del delitto, dei colpevoli e degli innocenti, si ricorda piuttosto un’atmosfera, un luogo, i volti della gente che lo abitano, le abitudini di una regione, il suono del campanile della chiesa, la pioggia improvvisa, i canali di un porto fluviale  avvolti nella nebbia, il profumo di una zuppa di cipolle gratinate in una serata d’inverno. La vita com’è stata per qualcuno in luoghi che non abbiamo mai conosciuto e che non conosceremo mai. La sensazione di aver spiato dal buco della serratura e di essere riusciuti a starci davanti abbastanza da aver visto quasi tutto di quel mondo che stava dall’altra parte della porta.

Come dicevamo all’inizio, i romanzi di Simenon con Maigret protagonista sono una quantità tale da farci venire il sospetto che non possano essere tutti allo stesso livello letterario. Io, da estimatrice di Simenon, non ho risposte al riguardo, quello che è certo è che pare Simenon si fosse a tal punto specializzato nei Maigret da riuscire a sfornarne uno in una media di nove giorni. Il pubblico italiano lo ha conosciuto quasi subito, dato che il primo della serie, Pietr Il Lettone, comparso in Francia nel 1930 fu pubblicato in Italia nel 1933.

Maigret è stato per Simenon il personaggio di una vita intera e il legame con esso talmente forte da far scrivere a S. una Lettera indirizzata al suo personaggio dopo sette anni di lontananza dedicati ad altri romanzi, ad altri personaggi.

Caro Maigret,
sarà probabilmente stupito di ricevere una mia lettera dopo sette anni di lontananza. Quest’anno è il cinquantesimo anniversario dal giorno in cui ci siamo conosciuti.
Lei aveva circa quarantacinque anni.
Io ne avevo venticinque.
Ma lei ha avuto la fortuna, in seguito, di passare un certo numero d’anni senza invecchiare.
Non è che alla fine delle nostre avventure e dei nostri incontri che ha raggiunto i 53 anni, poiché il limite d’età è per i poliziotti ed anche per i commisari di divisione, quale lei è, di cinquantacinque anni, che età avrebbe dunque oggi? Non ne so nulla, visto il privilegio del quale lei ha approfittato così a lungo. Al contrario, io sono invecchiato molto più in fretta di lei, come i comuni mortali, ed ho ampiamente superato i 76 anni.
Non so se abiti sempre nella sua piccola casa di campagna di Meng-sur-Loire, se peschi ancora con la lenza e se coperto da un largo cappello di paglia si occupi ancora del suo giardino; se la signora Maigret le prepari sempre quei manicaretti che le piacciono tanto e se le accada come accadeva a me alla sua età di andare a giocare a carte nell’osteria del paese.
Eccoci entrambi in pensione e, spero per lei, assaparoando tutte le piccole gioie della vita annusando l’aria del mattino, osservando con curiosità la natura e gli esseri che ci circondano.
Ci tenevo ad augurare un buon anniversario a lei e alla signora Maigret. Le dica che, grazie a un certo Curtine, che potrebbe meritare il titolo di re dei gastronomi, le sue ricette di cucina hanno fatto il giro del mondo e che per esempio, sia in Giappone che in SudAmerica, i buongustai non trascurano di mettere qualche goccia di grappa di prugne nel loro ‘coq au vin”
Per quanto riguarda i suoi successori al Quai des Orefevres, ce ne sono molti che hanno adottato la sua camminata e e sue manie, alcuni di loro, dopo la pensione, hanno scritto le loro memorie, facendo seguire la dicitura “alias commissario maigret”. L’avete ben meritato. Abbraccio con emozione, sia lei sia la signora Maigret che probabilmente non immagina quante donne la invidino e quanti uomini avrebbero voluto sposare una donna come lei e che un’affascinante giapponese, tra le altre, interpreta il suo ruolo alla televisione, mentre un giapponese interpreta il Suo.
Con affetto,
Georges Simenon


Ecco Simenon, seduto alla scrivania davanti alla finestra, magari con la sua pipa in bocca e un boccale di birra fredda accanto alla macchina da scrivere. Maigret è laggiù in fondo alla strada, coperto dall’ombra di alti alberi frondosi e qualche istante prima di svanire, ‘gli rivolge un sorriso divertito. Stanotte, mentre scrive a macchina davanti alla finestra, Simenon ricambia il sorriso.’

cervi02Gino Cervi-Maigret

marzo 2001, Biblioteca Nazionale di Modena, Rassegna "Uomini di carta e inchiostro". Testo della lezione.

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3 commenti on “Uomini di carta e inchiostro- Maigret”

  1. PaoloFerrucci ha detto:

    Bellissimo post, molto interessante. Sai, io ho un debole per la divulgazione…
    un caro saluto

  2. utente anonimo ha detto:

    Qui è la vostra salvezza ed il vostro nuovo cominciamento.

    http://satura-lanx.blogspot.com/

  3. SlyClementine ha detto:

    Adoro Maigret. Fra le altre cose ho tutti i dvd dello sceneggiato RAI con l’ineguagliabile Gino Cervi. Non posso immaginare Maigret altro che con la sua faccia. Anch’io se avessi dovuto scegliere un personaggio, avrei scelto lui. O forse Emma Bovary.


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