Un posto per appendere il cappello


Non molto tempo fa, dopo anni di vagabondaggio, decisi che era ora, non di mettere radici, ma almeno di farmi una casa. Pesai i pro e i contro di una casuccia imbiancata a calce su un’isola greca, di un cottage in campagna, di una garconniere sulla Rive Gauche, e di varie alternative tradizionali. Alla fine, conclusi, tanto valeva far base a Londra. Casa, dopotutto, è dove sono i tuoi amici.

Bruce Chatwin, Un posto per appendere il cappello

E’ andata esattamente così. E quando torno alla base, cammino stranita per le strade sempre buie di questa città di portici, dimentico gli indirizzi, mi perdo, quando a Bologna, come cantava Lucio Dalla, non si perde neanche un bambino. E’ passato più di un anno e ancora la casa è incompiuta. Lampadine che pendono nude dai soffitti, angoli vuoti, la libreria dello studio senza un ordine di classificazione ragionevole. Sarà che odio le cose definitive, mi piace pensare che tutto possa cambiare domani. Mi piace sapere che il cappello posso appenderlo anche in case nelle quali non ho la residenza, a Roma ad esempio, in un appartamento luminoso che guarda una piccola piazza, oppure sugli Appennini, in una stanza con il camino di pietra affacciata su una cresta di monti e circondata dai boschi, o a Mordano da C., sul confine esatto tra l’Emilia e la Romagna, dove c’è una stanza con il letto grande sempre fatto di fresco che mi aspetta, a Budrio, a casa dei miei, dove ho passato lunghe e solitarie estati di furore creativo. Poi mi piace pensare di poter appendere il cappello anche in un campo, in una piazza, sotto una rocca, in cima a una scogliera, o davanti all’Oceano. I miei libri sono sparsi dappertutto, li semino come briciole di pane per orientarmi nel buio. In ogni casa, dei libri, e una spazzola, un pigiama, un quaderno, una bustina di incensi, una candela, un accendino. E una fedele anche se orrenda valigia blu con le ruote, ancora ricoperta di terra rossa africana, e in procinto di prendere il largo per il Mar Glaciale Artico.

Il cappello sto imparando ad appenderlo alla maniglia di un trolley. I miei amici, d’altra parte, sono sparsi dappertutto.

Annunci

7 commenti on “Un posto per appendere il cappello”

  1. PC1969 ha detto:

    Si , vacci nel mare glaciale artico finchè c’è. Poi conservane memoria per poter raccontare a chi non potrà più vederlo se non nelle foto.

    Con speranza di potermi sbagliare…

    Ciao!

    P.C.

  2. SlyClementine ha detto:

    Bellissimo questo post, Simona. Grazie, grazie davvero. Io è una vita che cerco un posto in cui appendere il cappello. Ci sono persone come te e come tante altre che arrivano a quello dopo una mai stanca ricerca in giro per il mondo. Ci sono persone come me che nascono aspettando con ansia il momento in cui sapranno dove appendere il cappello. E quando lo trovano, non aspettano altro che fuggire anche da lì. Anche i miei amici sono sparsi per il mondo, ma io resto comunque a Bologna, perché qui c’è la mia storia, le mie radici e anche se in me c’è uno spirito perennemente inquieto vivo nel desiderio di sentirmi davvero a casa. Forse non succederà mai e allora capirò che quel cappello potrà anche essere appeso in un luogo, ma il mio cuore sarà sempre perso in un perenne altrove. Un bacio

  3. utente anonimo ha detto:

    Basta considerare le città come singole stanze. Buon compleanno per domani! Silvia

  4. utente anonimo ha detto:

    Bene così! Vuol dire che non vedi un punto di arrivo, ma tanti punti di “partenza”… che hai ancora tanta voglia di scoprire, imparare, conoscere e migliorare… Tanti auguri! Di buon compleanno e per tutto!!! Buona giornata, S.

  5. ghiaccioblu ha detto:

    cara SlyClementine, ‘altrove’ è dappertutto. ‘casa’ è dappertutto. 🙂

    grazie per gli auguri, silvia.

    e grazie anche a s. (sì, niente punti di arrivo, piccole soste e poi si riparte.)

  6. Bellissima atmosfera, ti ringrazio, perché mi consenti un link che dona respiro. lo pubblico domani dopo le 15,30, Se vorrai dare un’occhiata .
    ciao

  7. […] Nel 2008 ci fu la vera rottura con il passato: quando entrai al Sydney Morning Herald mi sentii incredibilmente a mio agio, lì tra le vasche di acidi di sviluppo fotografico e macchine asciugatrici per la pellicola (tutta attrezzatura sempre meno in uso) conobbi un gruppo di fotografi che mi presero in simpatia, mi insegnarono come si vive da reporter di viaggio, come gestire la “sindrome del ramingo”.“Ricordati che quando avrai finito con questa minestra di diaframmi e tempi il tuo cammino sarà solo all’inizio, dovrai imparare a stare con le persone, saper ascoltarle, studiarne la cultura e cercare di carpirne l’anima” mi dissero.Dal 2009 la mia casa, come diceva Bruce Chatwin è diventata solo “un posto per appendere il cappello”. […]


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...