Madre Chiesa- 4 Il Monastero

Viaggio nel Cattolicesimo italiano nell’era Ratzinger: una serie di sette racconti-reportage da sette luoghi italiani dai quali cogliere la realtà di Madre Chiesa. Sono usciti su La Repubblica tra aprile e maggio del 2005. Gli scrittori: Alessandro Baricco, Carlo Lucarelli, Davide Longo, Edoardo Nesi, Emanuele Trevi e Simona Vinci.


Le nere sentinelle sul ponte della fede


tnM1194901692.jpgEstasi di Santa Teresa, G.L. Bernini, particolare

"Pioveva forte l’altro pomeriggio e sono stati qui tante ore a pregare, un gruppo di duecento ragazzi, hanno cominciato la preparazione per andare a Colonia in agosto, alla Giornata Mondiale della Gioventù, per festeggiarla insieme al nuovo Papa, devono esserseli dimenticati loro, questi". La custode del convento Carmelitano di Sassuolo raccoglie da terra un panchetto e un ombrello. E’ una signora di mezza età, con un volto aperto da modenese di montagna e una maglia rosso squillante che perfora il cielo bigio di questo pomeriggio di aprile che ha di nuovo una gran voglia di piovere. "Ma allora ne viene tanta di gente? A seguire le lodi e i vespri intendo, o anche a stare un po’ qui, so che c’è una foresteria…", le chiedo. La donna sorride, scuote la testa da una parte all’altra: "mocché, non viene mica nessuno…sì certo, vengono quando hanno un mezzo morto in casa, o per farsi passare il mal di pancia…e voi invece, “-guarda me e l’amica che mi accompagna con un’espressione maliziosa: “Siete venute qui a vedere le monache di clausura?”. Ci viene da ridere e allo stesso tempo un po’ ci vergogniamo, perché a dirla così, in effetti sembra proprio che siamo venute  come si va a vedere le scimmie allo zoo. D’altra parte le suore di clausura stanno appunto in clausura- alla presenza di Dio, come recita il logo del Monastero- e il massimo che puoi fare per avvicinarti a loro è ascoltarle mentre cantano lodi e vespri. Ancora, puoi azzardarti a suonare il capanello e cercare di parlarci.

Questo posto, il Carmelo di Sassuolo – località Montegibbio, Modena- l’ho scelto dopo una ricerca in Rete. E’ così, ho deciso, che avrei trovato le “mie” monache: attraverso internet. E naturalmente sarebbero state Carmelitane Scalze, perché sono le suore più “estreme" di tutte (oltre a costituire, con circa 13.000 monache, il più numeroso ordine contemplativo della Chiesa), sono le eremite del Cattolicesimo, discendono in linea diretta dai padri del deserto, dal profeta Elia, e poi da Santa Teresa di Avila, la riformatrice dell’ordine carmelitano alla metà del ‘500 e una delle più grandi scrittrici che la storia della letteratura abbia conosciuto. E’ così che ho scoperto che quasi ogni convento ha la sua homepage, e ce ne sono alcune davvero strepitose, con la musica o i fumetti, il Monastero di S.Anna di Carpineto Romano ha addirittura inaugurato un blog. Altro che parrocchie, il verbo di Dio viaggia in Rete e il conforto alle anime dei pellegrini sofferenti arriva sotto forma di un’e-mail firmata Suor Angela, o Sorella Chiara. Ma io non volevo un’e-mail, volevo un Monastero con delle presenze in carne e ossa, anche se un po’ sfocate. E il Monastero, il Carmelo, è un edificio anni ’50 a metà di una collina: mattoni rossi, finestrelle bianche, enormi pannelli di calcestruzzo grigio che corrono tutt’attorno a difendere il giardino dallo sguardo di chi sale lungo la strada. L’ho scelto anche per questo: non volevo essere distratta dal fascino di un luogo troppo bello, troppo mistico, troppo evocativo. Davanti al cancello d’entrata, con il dito che sfiora il primo di due campanelli, quello con scritto Custode -sull’altro c’è scritto Monache- di colpo ho paura, perché non ho una domanda pronta, non ho un’idea precisa di quello che sto cercando. "Prego", dice la custode, "le monache sono lì, in quella stanza, potete parlare direttamente con loro". Chiedete, e vi sarà dato. E noi chiediamo. Entro in un cubicolo di un metro per un metro e non capisco: il segno della separazione dal mondo, per le immagini confuse che mi si agitano in testa, dovrebbe essere una grata, una semplice grata di ferro simile a quella di una prigione. Un segno forte, violento addirittura, ma che comunque ti permette di guardare in faccia il tuo interlocutore: qui invece, dentro questa stanza di un metro per un metro, sotto una luce al neon che ronza e si spegne dopo mezzo minuto con una cellula fotoelettrica che la fa riaccendere a un minimo movimento del braccio o della testa, non ci sono grate. Niente grate, nessuna apertura, muri nudi e una piccola panca che può ospitare una sola persona alla volta. Davanti alla panca, un quadrato di legno nero. Gli occhi ancora non si sono abituati alla luce quando sento una voce limpida provenire da dietro il quadrato di legno. "Prego, dica pure". Mi avvicino e guardo meglio: è una ruota, una vera Ruota degli Esposti da convento, di quelle dove una volta si abbandonavano i neonati. E lei è là, dietro la parete. Una voce, e basta. Nemmeno un’ombra. Le spiego la questione meglio che posso. La voce dietro la ruota è timida, sottile, "vado a chiamarle la Madre Priora, può ripetermi il suo nome, per cortesia?" Passano cinque minuti, e poi dieci, e poi un quarto d’ora. Mi siedo sulla panca, agitando un braccio in direzione della cellula fotoelettrica ogni volta che la luce con un ronzio secco si spegne. Luce. Buio. Luce. Buio. Comincio ad agitarmi. Ma ecco dei passi, sempre più vicini, e un fruscio costante, cadenzato. Poi la sento: è lì, davanti a me, anche se non posso vederla. "Prego, dica pure." Ci riprovo. "L’orario del parlatorio è finito." "Sì", dico, "mi dispiace, avevo letto male, ma io avrei da fare solo qualche domanda, niente di speciale". Lei, dietro la ruota, sorride, lo sento mentre mi risponde "dovrebbe telefonare per prendere un’appuntamento". " Lo immaginavo, ma volevo arrivare qui come un pellegrino qualunque, bussare e chiedere una voce". Lei di nuovo sorride, lo so. "Mi dispiace, la prassi richiede un appuntamento telefonico, prima." "Ma se chiamo, quanto ci vorrà per avere un appuntamento?" "Dipende dai casi, bisognerà valutare." Non insisto. Non ce l’ho, il tempo di far valutare il mio caso per poi prendere, eventualmente, un appuntamento. I vespri però si possono seguire pure senza, così potrò almeno vederle, le mie monache. L’interno della piccola cappella è deserto e umido come una cripta, ci sono inginocchiatoi e panche di legno chiaro, un altare, finestre di vetro colorato, poco altro. Ci sediamo all’ultimo banco in fondo, per lasciar spazio alle suore, non soffocarle: questo perché  ovviamente ancora non sappiamo cosa ci aspetta. Restiamo lì in silenzio, con in mano due fogli ciclostilati per seguire i canti. Eccole. I passi si avvicinano. Ma non arriva nessuno. Non dentro la cappella. Di colpo, una specie di schianto spezza in due la parete dietro l’altare, un sipario grigio si apre e loro sono là: dietro l’altare e dietro un inferriata e dietro dei pannelli di vetro. Sono già disposte a semicerchio, perfettamente allineate, sette o otto da una parte e sette o otto dall’altra più due in mezzo. Quelle davanti, le novizie, portano il velo bianco, le altre il velo nero. Le voci escono gracchianti, a volume basso, da un altoparlante sopra le nostre teste. Ci alziamo in piedi, recitiamo il Padre Nostro, seguiamo le parole dei salmi: agnelli immolati, uomini empi gettati dalla rupe, ossa disperse alla bocca degli inferi, ma anche rifugio nel corpo adorabile di Cristo, e spirito esultante e festose comunità di santi, e immensa letizia. Le monache tengono gli occhi chiusi, le mani bianche posate in grembo. Letizia, una parola che qui, inginocchiata su questa panca di legno che mi tritura le ginocchia, con davanti questa geometria gerarchica di veli bianchi e neri e teste abbassate e nuche piegate e palpebre serrate, non riesco proprio a vedere, a sentire. Però, lo so bene, probabimente nessuno di quelli che stavano attorno a Emily Dickinson riusciva a immaginare la profonda letizia di una donna che non si faceva vedere da nessuno e non vedeva nessuno e viveva segregata nelle sue stanze a leggere e a scrivere poesie. Che è più o meno quello che faccio anch’io. Sarà un paragone irriverente ma è a questo che sto pensando. E in fondo sì, anche se continuo a non capire, perché a Dio io non ci credo, non in quel modo, qualcosa lo sento: sento che questa devozione, questa concentrazione del pensiero e della volontà tutte rivolte in un ’unica direzione, una certa energia la producono. Una specie di combustione interna, costante, che alla lunga si propaga anche all’esterno. Loro stanno lì, e ogni singola monaca è Mosè che nella preghiera decide le sorti delle battaglie di Israele, è una  sentinella che vigila nella notte, in attesa dell’alba. Chissà se è vero – non possiamo, per adesso, averne la certezza assoluta né in un senso né nell’altro- quello che ripeteva sempre la nonna di un mio amico: "se non ci fossero tutte quelle suorine lì che pregano giorno e notte notte e giorno, chissà il mondo che fine farebbe." "Nonna, peggio di così?" "Non c’è limite al peggio, lo sai, ma neanche alla benevolenza di Dio." Loro, le ‘suorine’, se ne stanno lì in mezzo, a fare da diga e ponte. E noi possiamo sempre andarle a guardare, certi che saranno ancora lì, un giorno dopo l’altro, a fare quello che dev’essere fatto. 

La Repubblica, Simona Vinci, 4 maggio 2005
    
 

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3 commenti on “Madre Chiesa- 4 Il Monastero”

  1. utente anonimo ha detto:

    lucarelli è uno scrittore?
    :-O

  2. fioMaravilha ha detto:

    davvero bello questo pezzo. Che concreta definizione hai dato della preghiera poi:
    “sento che questa devozione, questa concentrazione del pensiero e della volontà tutte rivolte in un ’unica direzione, una certa energia la producono”

    ciao

  3. vmisgur ha detto:

    Che ricordo agghiacciante, Simona.
    Quando hai finito di parlare con la Madre Priora eri verde, tendente all’azzurro. Un colore celestiale… 😉


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