La vie de Jesus


Mettendo ordine tra decine di files sepolti nel vecchio mac e penne salvadati, ho ritrovato testi scritti nelle- e per le- più svariate occasioni nel corso degli anni. Racconti pubblicati su riviste, recensioni di libri, presentazioni di film, testi per convegni e contributi vari, le tracce di un programma radiofonico di Radio Rai Due, Atlantis, che ho frequentato per un paio d’anni circa una volta al mese. Un po’ per volta li metterò tutti qui, in una sezione con la tag Archivio, invece di lasciarli là al buio, in completo silenzio. Nessun ordine cronologico, e nessuna riscrittura, però. Un po’ così, a sentimento.

Il primo è questo.

L’Età inquieta di Bruno Dumont

Cineteca di Bologna 28/01/05. Rassegna Gli adolescenti nel cinema. Presentazione del film.

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La prima cosa che vorrei dirvi riguardo al film che state per vedere è sul titolo: L’età inquieta è la scelta del distributore italiano, ma il titolo originale del film è La vie de Jesus–La vita di Gesù. Il regista stesso ha dichiarato che senza questo titolo il film perde qualcosa. Nella pittura fiamminga Cristo è rappresentato come un contadino, è un uomo del popolo, un uomo come gli altri. Così nel mio film io racconto la storia di un uomo. Un piccolo uomo. La cosa che conta nella vita è riuscire ad innalzarsi dal punto nel quale ci trova. E’ un film molto mistico. I film hanno il potere di toccare qualcosa di misterioso nel corpo, i suoi segreti. Ho inventato questa storia per mostrare che c’è un umanesimo nella Cristianità che in Chiesa, a scuola,  non insegnano, qualcosa che ha a che fare con il potere dell’uomo. L’uomo ha  potere. L’uomo è un essere spiritualmente elevato. E allo stesso tempo  è anche basico, elementare, come Freddie, il protagonista del film.”
Bruno Dumont è nato nel 1958 nella Francia del Nord, nello stesso paesino delle Fiandre che vedrete nel film. E lì che vive ancora oggi e che insegna filosofia. Questo è il suo film d’esordio e risale al 1997. La storia è quella di un gruppo di – ecco, la rassegna nella quale questo titolo è inserito è intitolata Gli adolescenti nel cinema, in realtà, sono costretta a fare una precisazione, ossia che il gruppo di ragazzi –per usare un termine aperto- intorno ai quali ruota la storia del film non sono propriamente adolescenti bensì giovani adulti, vedrete che l’età oscilla tra i sedici diciassette anni, fino ai ventitré ventiquattro, dunque si possono definire adolescenti solo nel caso in cui si scelga di uitlizzare la categoria adolescenza come contenitore nel quale possano entrare i ragazzi che ancora si trovano in quel limbo protratto che raccoglie tutti quelli che stanno a metà tra l’infanzia e l’età adulta. Torniamo alla storia. Questo gruppo di ragazzi vive in una cittadina del Nord della Francia, è estate, nessuno di loro studia, o lavora, passano le giornate a girare in macchina o in motorino per le strade del paese oppure in campagna. Freddie, il protagonista, soffre di epilessia.
Quando ho visto questo film per la prima volta, quattro o cinque anni fa, sono rimasta molto colpita: il film era uscito nel 1997, lo stesso anno nel quale era uscito il mio primo libro, Dei bambini non si sa niente, e nonostante l’età dei protagonisti non fosse la stessa (nel mio libro erano bambini, nel film come abbiamo detto sono giovani adulti) c’erano però delle assonanze incredibili: intanto l’ambientazione: un paese che sembra un paese di morti alla periferia di una grande città, un’estate, e questi ragazzini che passano le giornate a ciondolare, questa noia palpabile, atroce, che lentamente, ma inesorabilmente, si trasforma in tragedia.
E poi l’uso dei corpi, e della natura. Del sesso, crudo e senza fronzoli, quasi animalesco, vero. La messa in scena della violenza. Con uno sguardo che è allo stesso tempo crudele e pietoso. Il paesaggio usato come contrappunto. Un paesaggio che è insieme sfondo e personaggio, immobile come una specie di fondale di cartapesta, e vivo, brulicante di suoni, di insetti. E ancora, il fatto che gli adulti, quelli veri, in questo film sono quasi del tutto assenti, figure inconsistenti, appiattite, senza stimoli, senza emozioni vere, capaci di ripetere soltanto luoghi comuni, banalità, una visione del mondo bigotta e moralista, mai morale.
Chi sono i veri CATTIVI, in questo film? I ragazzi, questi esseri bradi, vicini alla basilarità della natura, questi animali attraversati da rabbie, desideri terra terra ma anche impulsi d’amore, felicità, disperazione, oppure i morti viventi che sono gli adulti, incapaci di ascolto, incapaci di sentire alcunché?
Vedrete che in questo film così poco parlato (strana cosa poi questa per un autore francese contemporaneo) in realtà è carico di suoni, di rumori. Lo spazio è tolto alle voci e dato ai rumori di fondo. I personaggi tra loro parlano pochissimo. E quando parlano accostano frasi insignificanti, elementari, a improvvise riflessioni su questioni assolute come la vita e la morte, l’amore, la felicità, la disperazione, ma non lo fanno mai in un modo che possa suonare fasullo. Il loro linguaggio è il linguaggio basico della gente comune. Questi non sono intellettuali, sono ragazzi di provincia, ignoranti, bradi. Ci sono televisori sempre accesi che vomitano notizie, voci astratte che parlano e parlano e parlano e il loro è un discorso che sembra lontanissimo da quello nel quale si trovano immersi gli abitanti della cittadina. Dice Dumont “ la gente comune non parla molto, ma sperimenta un’intensità incredibile di gioia, emozione, sofferenza. Non parlano, le parole non sono importanti. Quello che conta sono le emozioni.”
Un mondo alienato e amorale che però, in qualsiasi momento può essere sfiorato dalla grazia.
Chi di voi ha visto Pickpocket, o Mouchette, o L’argent, di Bresson capirà immediatamente che i personaggi di quei capolavori sono gli antenati- diciamo gli zii o i nonni-  di Freddie, il protagonista di questo film, e di Bruno Dumont.
Vedrete anche quanto siano importanti i corpi, e le facce: gli attori sono attori non professionisti e appunto per questo, probabilmente, comunicano un’intensità e una fisicità così forte, SONO i personaggi che interpretano.
Vorrei chiudere con una riflessione di Robert Bresson tratta da Note sul cinematografo che dice così:
Farai con gli esseri e le cose della natura- mondati di ogni arte e in particolare dell’arte drammatica,- un’arte.”
E ancora:
La tua macchina da presa traversa i volti, purché una mimica (voluta o non voluta) non si frapponga. Film di cinematografo fatti di movimenti interiori che si vedono.”

28 gennaio 2005

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One Comment on “La vie de Jesus”

  1. Achille81 ha detto:

    quel film è bellissimo…e sai quali altri mi fa venire in mente ? “Marie della baia degli angeli” e ” L’età acerba” altro titolo stropiato (“Les roseaux sauvages”)


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