Bianco

9788875200411gOgni età fu peggiore di quella che la precedette, perché noi pensammo di dover migliorare qualunque cosa scoprissimo.

W.T.Vollmann

W.T.Vollmann è uno scrittore incontenibile. Incontinente, anche. A leggerlo (e a tradurlo esponenzialmente) viene da pensare che abbia tipo sedici cervelli, tre o quattro cuori, trenta gambe e quaranta braccia, una cinquantina di occhi e orecchie sparsi per il corpomondo, perché come cavolo fa uno scrittore, DA SOLO, a guardare, toccare, annusare, sentire, studiare, ricordare e poi rivomitare, trasformandoli in pagina scritta, e viva, quella quantità incredibile di cose? Fa pensare a un cuoco senza sguatteri che cucini per un esercito intero senza però propinare una sbobba sciapa e brodosa, ma un piatto denso, stratificato, incredibilmente raffinato (forse a volte un pelo troppo raffinato, e la troppa raffinatezza ha note stucchevoli…). W.T.Vollmann, se fosse una pietanza sarebbe un aspic. Una specie di ghiacciaio trasparente, appena tremolante, dentro il quale- e attraverso il quale- è possibile scorgere la forma di decine di ingredienti diversi, tutti lì sospesi, ben visibili separatamente, ma parte di un architettura al tempo stesso casuale e miracolosamente perfetta. Anche se no, i libri di Vollmann perfetti forse non lo sono (ma i libri devono poi esserlo, perfetti?) perché dentro c’è davvero troppo di tutto. Lui non è di quegli scrittori pagina scolpita ogni parola al posto giusto, piuttosto è uno scrittore flusso ininterrotto pagina mondo enciclopedico. Fa pensare che davvero la letteratura (le storie, i miti, i racconti orali) e la vita, si siano intrecciati in una trama talmente fitta che districarle è impossibile. Ormai sono fuse insieme, come carne cicatrizzata. C’è tanto Jack London nelle sue pagine, e il delirio bianco di Melville, ci sono le Metamorfosi di Ovidio, e c’è la costante attenzione alle dinamiche dell’oppressione, in qualsiasi forma, e ovunque, esse si manifestino. La camicia di ghiaccio è il primo di una serie di sette volumi tra storia e fiction (e cos’altro ancora?) –I sette sogni– che ripercorrono la storia mitica della fondazione-colonizzazione di Vinland, l’America del Nord. Dalla Norvegia medievale, attraverso i mari artici, via Islanda Groenlandia Terra di Baffin…I miti nordici, i Vichinghi, Erik il Rosso, ma anche incursioni nel presente, con gli stralci dai viaggi che in queste terre polari Vollmann ha fatto nel corso degli anni. Con una sensibilità nei confronti della Natura che non ha niente di retorico -e quando si scrive di Natura, scivolare nel già sentito, nel banale, è quasi inevitabile- ma che riesce a far percepire il respiro al tempo stesso gelido e bollente di Melville (da rileggere mille volte il capitolo sul bianco in Moby Dick, La bianchezza della balena). Lì, e qui, c’è il panico, quello vero.

A settentrione, là dove la neve era spessa, il terreno era attraversato da parecchi burroni. Poco dopo il bianco e il marrone apparivano in uguali proporzioni, ma poi prevaleva il bianco. Quand’era di quel colore, la terra pareva meno desolata. Ma non per questo dava l’impressione di essere un posto migliore in cui abitare.

W.T.V., La camicia di ghiaccio, p. 274

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One Comment on “Bianco”

  1. utente anonimo ha detto:

    Vollmann è davvero pazzesco. Ho letto “Puttane per gloria”, “Afghanistan Picture Show” e ora sono alle prese con “Come un’onda che sale e che scende”. All’inizio non è facile da affrontare, ma una volta che ti sintonizzi non puoi che aprirti, commuoverti e accogliere il suo genio.
    Davvero, è un flusso inarrestabile e travolgente. Mi fa piacere che tu ne abbia parlato.

    Stefano -bologna-


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