In principio era un fiume. Il fiume diventò una strada, e la strada estese le sue ramificazioni sul mondo. E giacché, un tempo, la strada era stata fiume, la sua fame era insaziabile.

Ben Okri, La via della fame

E’ così che ho pensato: il mondo. Longitudini, latitudini, i nomi dei paesi, delle strade, dei fiumi, quelli della gente, i volti, i gesti. I corpi, soprattutto i corpi. Le caratteristiche di ognuno, il colore, i difetti, le ferite, le storie incise sulla pelle, scolpite nelle ossa. L’ho bruciato, quel biglietto, nel fuoco della mezzanotte, traghetto tra l’anno vecchio e il nuovo. L’hanno fatto tutti quanti, sedici persone che affidano al fuoco la paura e la speranza. Una convenzione. Ma anche di questo, siamo fatti: convenzioni, definizioni, parole che usiamo per separare, discernere, scegliere. Questo di qua, l’altro di là. Umani, abbiamo bisogno di categorie e di nomi che le identifichino, queste convenzioni. Sequenze di suoni, lettere. E poi, simboli. Gesti rituali. Per anni ho avuto paura. Paura di tutto. Paura della gente, degli sguardi, delle parole, paura degli aerei, dei treni, delle strade, dell’aria e dell’acqua. Paura di aver paura, soprattutto. Di non essere in grado di affrontare la complessità delle cose che ti si rovesciano addosso non appena abbandoni lo scudo e lo fai scivolare a scoprire i punti sensibili. Poi succede, la presa viene meno anche se non vuoi, la copertura svanisce e sei lì, nudo, esposto, aperto, vulnerabile. E scopri che niente di terribile può accadere, se non la vita, che appunto terribile lo è spesso, ma se sei vivo, vuol dire che comunque puoi sopportarla. Tra quattro giorni, un treno, tre aerei, un elicottero, un traghetto, una jeep e un posto che non conosco. So che ci sono le palme sulla spiaggia di Lakka. So che ci sono i bambini e i ragazzi della scuola di Saint Michaels. So che ci sono i barracuda, le zanzare, e i fantasmi di una guerra. So che del krio, un misto di inglese e dialetti africani non capirò una sillaba. So che due settimane fa, nel centro di Freetown, c’è stata un’esplosione e pare siano morte almeno 17 persone. Disordini a Koidu, nelle miniere di diamanti, due i morti ufficiali. E nient’altro è dato sapere, da qui. Ma insomma. Se vince la paura, si rinuncia a tutto. E non si può. Mi porto una manciata di taccuini, le matite, le penne, una macchina fotografica digitale grande come un pacchetto di sigarette. E soprattutto porto gli occhi, le orecchie, le mani, le gambe, il cuore. I viaggi cominciano molto prima degli autobus, degli aerei, degli elicotteri, delle navi, dei piedi. I viaggi, e quindi le strade, cominciano dentro la testa. E lì che ci si deve spostare, altrimenti, niente si muove. Scriverò da là, appena riesco. Nel frattempo, auguro a tutti quelli che per caso passano di qui, un 2008 di energia e di coraggio, per tutte le cose a cui tengono. E’ lo stesso augurio che faccio a me stessa.

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3 commenti on “”

  1. cervellatore ha detto:

    Se, come mi par di capire, hai deciso di vivere secondo la modalità dell’essere, anzichè dell’avere, non esistono ostali e paure, perchè niente puoi perdere, niente ti appartiene, neanche te stessa.
    Buon Viaggio
    Cronopio

  2. lilith70 ha detto:

    bellissimo post, simo. tengo queste parole come monito. le leggerò e rileggerò ogni volta che la paura farà capolino. coraggio e energia. ti voglio bene.

  3. Comesospesa ha detto:

    Anche io ho sempre paura. Paura delle malattie, dell’abbandono, del dolore, degli altri, ma soprattutto di me stessa e dei miei pensieri: paura di trovarvi qualcosa che non riesco a collocare, a far combaciare “col resto”: con l’idea che ho di me, con l’idea che ne hanno gli altri. Paura che questi pensieri, come una voce narrante, mi dicano qualcosa che non so: qualcosa che potrebbe non piacermi, o forse (ancora più terrorifico!) qualcosa che potrebbe cambiarmi. E potrebbe non piacere agli altri. E li allontanerebbe da me. O me da loro. Perchè si ha cosi’ paura delle distanze?


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