inbici-sp3          Un impavido in bici sulla Sp3, primavera 2007, foto Simona Vinci

Clandestini o "cavalieri"?
di Stefania Scateni


Parlando della letteratura con la "L" maiuscola, l’amato maestro Gianni Celati, intervistato ieri da Marco Belpoliti sulla Stampa, definisce i suoi autori una banda di sognatori passionali e sbandati. Ecco, allora, che, appena girata l’ultima pagina di Strada Provinciale Tre, viene voglia di intervenire e chiedere all’autore di Narratori delle pianure di aggiungere un nome ai nomi che compongono quella "banda", il nome di Simona Vinci. Perché, a prima vista, il nuovo romanzo della scrittrice (ormai) emiliana può essere letto come un noir, una storia on the road o una narrazione delle periferie dell’anima e della provincia italiana, ma in realtà, è un poema cavalleresco di oggi. Un poema raccontato con una lingua essenziale e asciutta, cruda e stecchita, ma efficace come le gambe di Vera. Popolato da una donna sbandata che fugge e che incontra altri sbandati. Un libro dove gli eroi, se ci sono, sono emarginati e derelitti, "scarti" del mondo moderno, individui che vivono lungo la strada in case fatiscenti, baracche o fattorie abbandonate, fantasmi agli altri, persone invisibili, perché nessuno le vuole vedere. Una donna cammina lungo la banchina immersa nel rombo dell’intenso traffico sulla strada che taglia verticalmente la parte finale, est, della pianura padana. Striscia d’asfalto dove i camion spostano violentemente l’aria, ai cui bordi i rifiuti si sollevano, svolazzano e si ammucchiano uno sull’altro formando una stratificazione di scarti, come una cartolina della stratificazione dell’emarginazione. L’emarginazione che la "vita moderna" affibbia alla condizione dei vecchi, a quella degli emigrati, alla povertà. L’emarginazione scelta dalla donna, che cammina pur avendo sete e fame e sentendo mancare le forze (non è il caso di dire perché, Strada Provinciale Tre dovete leggerlo). Un’ostinazione ad andare. Andare avanti per non guardare indietro. Certo, bisogna fare così per non soffrire, per avere un’orizzonte, uno qualsiasi, da immaginare. Questo è uno degli insegnamenti che il giovanissimo Dimà affida a Vera; lui scappato dalla Russia, da uno dei paesi imbalsamati dalla radioattività di Cernobyl, uno che è rimasto solo, non per scelta come lei, e clandestino, come lei vorrebbe essere. Ma è non volendo che Vera incontra i suoi simili, una piccola banda di soli e disperati capaci, nonostante tutto, di gesti umani, quindi eroici. La periferia (simile a quella che racconta Niccolò Ammaniti nel suo Come dio comanda) è una teoria di casette a schiera, cani che abbaiano dietro i recinti, capannoni, fattorie abbandonate (case di campagna in rovina come quelle alle quali Celati, rieccolo, ha dedicato uno struggente documentario), campi, tralicci dell’alta tensione. E macchine, camion, traffico, smog, puzza, fretta. Che sia una forma di eroismo anche la fuga ostinata di Vera?

Questa recensione a Strada Provinciale Tre di Stefania Scateni è stata pubblicata su L’Unità di mercoledì 28 novembre 2007

(PS Mondonuovo, il documentario su e con Gianni Celati è di Davide Ferrario ed è bellissimo.)

Annunci

2 commenti on “”

  1. maso_ ha detto:

    tu hai delle foto così e non me le mandi per umarells?
    vargagnet 😉

  2. utente anonimo ha detto:

    ne ho delle caterve, e di una omarellitudine che non te la immagini neanche…ma vengo poi a REGALARTELE a te… 😉

    ghiaccioblu
    s


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...