Perché (invece) dallo scrittore si pretende una giustificazione che coinvolge la natura stessa del suo operare? Perché lo scrittore viene posto, in questa epoca, nella condizione di doversi giustificare costruendosi una piccola ideologia di supporto? Perché sono state elaborate delle teorie e delle ideologie e dei luoghi comuni per spingere altre persone (in questo caso gli scrittori) a doversi porre nella condizione di chi si deve giustificare e che quindi deve vivere la propria condizione come qualcosa che assomiglia a una colpa?  

Antonio Moresco, tratto da Qualità quantità. Perché scrivi? Il testo completo qui, su Il primo amore


Data questa premessa, ieri pomeriggio sono stata dagli amici di Fahreneheit, a Radio Tre. Sono stata piuttosto goffa e credo di aver detto anche delle cose assurde, come spesso mi accade quando mi fanno domande sulla mia scrittura e quando mi si chiede di interpretare le cose del mondo. Non sono tanta brava a parlare. A dire la verità non mi piace neanche. Quando parli, non puoi tirare una riga e riscrivere la frase, quel che hai detto hai detto. E poi, io riesco a capire le cose solo quando le trasformo in storie. Non sono un intellettuale, forse somiglio di più ad un poeta, anche se scrivo prosa. Tant’è. Se qualcuno ha voglia di sentirmi, a questa pagina c’è il link.

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4 commenti on “”

  1. andrea980 ha detto:

    Anche se può sembrare assurdo per una persona che vive di parole, non è affatto scontato che chi scrive sia anche un buon parlatore o che comunque le debba piacere esprimersi a parole. Lo so perché anch’io, sia pure da scrittore inedito, vivo la stessa condizione. Inoltre, l’idea di spiegare i propri testi è talvolta quasi assurdo: sono organismi autonomi, sarebbe come se una madre pretendesse di spiegare il proprio neonato. Poi, gli scrittori a volte sono davvero poeti: esprimono sensazioni, che a spiegarle perdono tutto il loro signiificare.
    Ciao, vado a guardare il link

  2. CatSelina ha detto:

    Ricordo che eri già stata a Fahrenheit, nel 2004, quando uscì Brother and Sister. L’avete pure letto durante la notte, se non sbaglio. E’ bellissimo addormentarsi con i racconti della radio, sono come le favole della buonanotte. Io, a mia volta, lo lessi a mio fratello. Al tempo aveva 11 anni e gli piacque un sacco.
    Quando non lavoravo ero sintonizzata tutto il giorno su Radio3. Di quella stazione amo la calma delle voci, le discussioni pacate e le storie mai urlate. Sono certa sarà stata una bella intervista. Quando torno a casa, stasera, me la sento. Un bacio

  3. ghiaccioblu ha detto:

    andrea980: esattamente. già in quarta ginnasio scelsi come motto questa frase: “non sono l’esegeta di me stessa”. però ancora non sono riuscita a pronunciarla. 🙂

    CatSelina: che bella cosa che mi dici! Mi fa davvero piacere. (Mi mandi in PVT la password per il tuo blog?) un bacio.

    s.

  4. utente anonimo ha detto:

    ti ammiro.Sei un avera scrittrice.
    Ciao
    Laura


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