«Strada provinciale tre», un padano viaggio allucinante

VERA FUGGE TRA ANGELI E DEMONI

SERGIO PENT Chi mai sarà e dove può essere diretta, questa sconosciuta senza età- zainetto in spalla, jeans ballonzolanti a coprire gambe anoressiche, capelli sporchi messi in piega dal vento – che percorre da giorni la STRADA PROVINCIALE TRE fra Bologna e Modena, nell’afa di un’estate padana intossicata dai fumi del traffico? Un destino smarrito, una fuga consapevole, un vagabondaggio di mezza età: tutto è possibile, nell’anonimato incolore di questa Thelma – o Louise – senza compagna di viaggio, che vaga sui bordi della strada incontro al nulla o a se stessa. Da dove provenga la figura di Vera – questo il nome della donna – non ci è dato saperlo con precisione, almeno fino al capitolo finale, addirittura troppo esaustivo – per certi versi non necessario – in cui Simona Vinci tira le fila della realtà e rimette in sesto le cose, in qualche modo dando corpo a un sogno senza confini, a un incubo «on the road» che avrebbe potuto benissimo vivere di se stesso senza ulteriori dettagli da cronaca nera. Vera e’ una donna che fugge, dunque, o che si è messa alla prova in un percorso di ricerca. Ma il suo è un viaggio allucinante, non un tuffo liberatorio in un’oasi di silenzio e di quiete. La SP3 è un delirio di traffico motorizzato, il ritrovo velenoso di automobili e soprattutto di camion che lacerano il remoto silenzio di campagne un tempo rilassanti e ora tappezzate da incubi di cemento, paradisi del consumatore, villette a schiera e puttane schierate, un inferno contemporaneo autorizzato dalla nevrosi del progresso più avvilito. Da stordire, questo percorso di Vera e del suo disagio affollato di incognite. Da restare annichiliti, se non fosse che Simona Vinci – con maestria finalmente ritrovata – riesce a imprimere, all’onestà appena abbozzata dell’idea ispiratrice, le tonalità aspre e deliranti di una fiaba moderna, una di quelle in cui l’eroe in fuga incontra le sue anime dannate e i suoi angeli salvatori, senza per questo rinunciare a se stesso. L’odore del presente è devastante: gas di scarico, rombi di motore, la violenza fisica ad opera di un camionista, architetture industriali come monumenti che urlano al cielo nel fetore dello smog padano. Vera diventa – passo dopo passo – un sogno contemporaneo che fugge dall’alienazione del presente, ma che nel presente cerca un’improbabile via di salvezza. Le figure amiche incontrate lungo il tragitto – un vecchio che vive da solo in un villino asettico, un tempo isolato e ora frustato dal traffico della SP3, e un giovane profugo ucraino di Chernobyl, Dimà – sono i tasselli positivi della fiaba, le ancore di salvezza che potrebbero recuperare Vera dalla sua fuga disagiata, forse fermarla e riportarla indietro. Ma le intenzioni della Vinci non sono quelle di tracciare le coordinate di uno sbandamento provvisorio con lieto fine incluso, semmai si indovina la volontà di segnare in rosso il disagio della modernità, racchiuso in quel limbo di finto benessere in cui tutti ottengono tutto e muoiono annullati in un’invisibilità sempre più avvilente. Vera è intravista da tutti, lungo la STRADA PROVINCIALE TRE, è una sorta di chimera contemporanea avvistata nel furore delle corse motorizzate, un’idea indovinata nella fogna a cielo aperto che è diventata la nostra realtà edilizia e industriale. La breve storia d’intensa amicizia con Dimà – figura quantomai necessaria per proclamare ad alta voce i disagi delle nuove convivenze etniche – diventa l’ennesima tappa di una fuga che può proseguire in eterno, oltre il traffico della provinciale, oltre la pianura, oltre se stessi. Vera è forse destinata a perdersi, o forse diventerà una leggenda, un ricordo, uno dei tanti "senza traccia" che aprono gli occhi sulla banalità del proprio destino e cercano di fuggirne, attraversando l’inferno. Nel suo significato di cupa parabola contemporanea, il romanzo raggiunge una lucida, commossa perfezione, e Vera assurge – senza proclami e senza eroismi – a protagonista assoluta, quasi magica, quasi bella nel suo rito di trasfigurazione tra i fumi velenosi di una demotivante realtà.

Una recensione di Sergio Pent a Strada Provinciale Tre, TuttoLibri, La Stampa, 1-12-2007.

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3 commenti on “”

  1. follettodelvino ha detto:

    Quindi, sto leggendo STRADA PROVINCIALE TRE, e mi piace. Poi mi è venuto in mente, dove l’avevo vista di persona questa “SP3”: io a S. Giovanni Persiceto ci sono stato, una volta sola, quest’estate. Suonavo la cornamusa in una festa di artisti di strada. E la baracchina delle crescentine c’era. Abbiamo fatto proprio quella strada per arrivare, un traffico soffocante anche se non era caldissimo… comunque, nella parte “DUE”, la sensazione della ragazza che non sa come pagare alla cassa, mi ha colpito tantissimo, è molto vera. E’ l’epilogo del consumismo. Ci penso sempre anche io, quando sono fermo alla cassa, “ma se domani non avessi i soldi per pagare”?

  2. cloudboy25 ha detto:

    L’ho finito ieri e lo sto lasciando sedimentare.

  3. verbaldsign ha detto:

    difficilmente un libro preso a caso in libreria mi conquista così tanto

    complimenti!!!
    per quello che vale, un piccolo tributo


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