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Era sola e le piaceva. Era così che aveva imparato tutte le cose importanti della vita
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Walter Tevis

Non ho mai imparato a giocare a scacchi. Non so nemmeno bene in che direzione si muova un pedone. Vagamente, ricordo di essere stata seduta per forse cinque o sei minuti, in tempi molto remoti, con i gomiti puntati davanti a una scacchiera a guardare le caselle bianche e nere, sopraffatta dall’angoscia. Qualcuno parlava, forse era mio padre, forse qualcun’altro, non ricordo. I pezzi mi facevano paura quasi quanto i numeri. Era una specie di abisso spalancato davanti a me, un abisso di possibilità, probabilità, calcoli. Strategia. Robe che crescevano esponenzialmente, che si catapultavano nel futuro, e la mia testa non era capace di fare previsioni, di andare oltre l’immediato. Non lo è neanche adesso, temo. I numeri, al contrario delle lettere, continuano a farmi paura, e anche gli scacchi. Eppure, leggendo The queen’s gambit di Walter Tevis, quasi quattrocento pagine di partite descritte nei minimi dettagli, non ho saltato una sola riga, e non mi sono annoiata neanche per un istante. Ero paralizzata. Per una volta nella vita sono stata dentro una testa completamente diversa dalla mia, una testa prodigiosa, quella di Beth Harmon – otto anni all’inizio del libro e diciotto alla fine- una campionessa senza rivali, un talento innato coltivato tra autodisciplina e ossessione, con scivolate violente nella depressione, nell’alcolismo e nell’abuso di psicofarmaci. Non che ne sappia molto di più adesso, riguardo gli scacchi, anche se ora conosco le espressioni Difesa Siciliana e Variante Bolelavskij e più o meno so a cosa si riferiscono. Quello che mi ha tenuta inchiodata al romanzo è la capacità di Walter Tevis di entrare dritto nella testa di un personaggio e di accompagnarci il lettore. La stessa cosa, mi era successa con quello che è forse  il suo romanzo più famoso, L’uomo che cadde sulla Terra. Entrare nella testa di un alieno, o di una bambina prodigio: meraviglia. E terrore, anche. Perché questo libro parla del prezzo del talento, di ogni talento, parla dell’ossessione che spesso lo accompagna, della distanza incolmabile che separa il detentore di un talento precoce dal resto del mondo: quel talento è il suo rifugio, la sua difesa, ma anche la sua condanna. Beth se lo dice anche, a un certo punto della storia, che nella vita non esistono solo gli scacchi, ma lo sa che non è vero: nella sua vita sì, nella sua vita esistono solo gli scacchi. Sono la prima cosa che le viene in mente la mattina quando si sveglia e l’ultima prima di addormentarsi. Sono il suo modo di stare nel mondo. E tanto vale imparare a starci bene, senza odiarli. Ma è un viaggio lungo, e faticoso, un viaggio pieno di insidie, e soprattutto solitario, perché gli altri possono anche volerti bene e cercare di starti vicino, ma non possono starti dentro. E qualcuno a cui vuoi bene, forse la tua migliore amica, potrà un giorno dirti queste parole: E’ così tanto tempo che sei la migliore in quello che fai che non sai cosa vuol dire essere come il resto di noialtri, e tu saprai che è vero. Come è vero però anche il contrario: voialtri non sapete cosa vuol dire essere come me.

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8 commenti on “”

  1. cloudboy25 ha detto:

    E’ difficile starci dentro bene, davvero tanto difficile. A volte sembra di no. Ma è solo perché la nostra vanità viene lusingata. Basta un attimo perché la distanza torni distanza. Non si può vivere sempre nell’eccezionalità, nella straordinarietà, bisogna appoggiare su qualcosa di solido, che non slitti, che non frani a ogni secondo; ma alcuni questo, la vita di tutti i giorni, non ce l’hanno e non ce l’avranno mai; e allora slittano, e franano.

  2. lilith70 ha detto:

    raccontato così intriga. appena tornerà la voglia di leggere romanzi. comunque potrei regalarlo a chi so (sappiamo). gioca a scacchi.

  3. DevilsTrainers ha detto:

    se chi sapete è anche chi so io allora lo sfido pubblicamente. schiaffo col guanto compreso.

    (cloudboy, mi piace il tuo commento. fra me e me, come a mo’ di aggiunta, penso: ma la vita di tutti i giorni accade. tutti i giorni. e tutti ce l’abbiamo. forse è il “conflitto” fra quotidianità e desiderio di straordinarietà perenne che va pacificato. non lo so. io sono franato, in passato. su me stesso. mi è servito molto. ma adesso riesco a vivere molti momenti straordinari, nella quotidianità – letterariamente, john fante era bravissimo in questo. – perché? non so. forse perché mi piace molto quella porzione di terreno solido che è capitato – e che ho fatto capitare – nella mia vita).

    peter

  4. cloudboy25 ha detto:

    Si Devils, forse bisogna franare, per trovare la nostra zolla, la nostra piccola porzione di terreno solido. Io non l’ho ancora trovata. Sono nella fase peggiore: quella in cui si cerca di riottenere la quotidianeità negata attraverso una straordinarietà agognata. Brutta strada sconnessa. Prevedo altre frane (cmq sono parecchio confuso su quest’argomento, anche se mi ci interrogo spesso, ultimamente).

  5. lilith70 ha detto:

    peter, il guanto lo porto io. di ghisa.

    (fallo a pezzi)

    🙂

  6. KingOfPumpkins ha detto:

    E’ così bello leggerti.

    OSSESSIONE.

  7. ghiaccioblu ha detto:

    devils e cloudboy: bellissimi commenti, i vostri…i quali mi fanno però pensare che nel vostro intimo riteniate di essere possessori di genialissimi talenti precoci… ché di questo parlava, il post… 😉

    quando andavo alle elementari mi dicevano: chi si loda s’imbroda.
    s

    kingofp. ossessione? oddio, no… ti prego, non vorrei trasformarmi in Jodie Foster.

    lilith: leggilo, ti piacerà moltissimo.

  8. DevilsTrainers ha detto:

    simo
    non metterci nella tastiera parole che non abbiamo digitato!


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