Questo racconto è stato pubblicato in un’antologia intitolata I venti racconti + 1 in occasione dei vent’anni di Marieclaire. 1987-2007. Un racconto per ogni anno, io ho scelto il 2003.




Rabbia

 

Vista da quest’angolazione davvero la piccola baia sembra una piscina. La piscinetta, gli pare di ricordare l’avesse chiamata il proprietario della casa, al telefono, per descrivergli il luogo –  sul sito internet c’era solo l’immagine esotica di un letto scavato in una nicchia di pietra e coperto di stoffe indiane- : un golfo in miniatura, falesie bianco rosate che scivolano piatte nell’acqua verde trasparente. Il fondale, Marco può vederlo anche da qui, una distesa piatta e digradante, simile a una colata di cemento rosa, i pesci potrebbero essere ritagliati nella plastica tanto sembrano finti: una tenda da doccia comperata all’Ikea.
-Ehi, da quella parte!- ha urlato il padrone di casa che li sta aiutando a trasbordare i bagagli dal gozzetto alla terraferma.
E Marco si è voltato verso la voce, appena in tempo per scansare la carrucola che scivola giù dalla collina a una velocità incredibile. Carla invece non si è voltata, è rimasta accoccolata sui talloni, la punta delle dita tuffata nell’acqua, lo sguardo impenetrabile. E’ vestita di bianco, pantaloni di lino larghi e una canottiera a costine aderente sul seno avvizzito, sulle costole sporgenti. I capelli sono raccolti sulla nuca, puntati con un fermaglio a forma di porcospino. Come al solito, fa finta di non sentire, come tutte le volte che non ha voglia di fare qualcosa, esattamente identica a una bambina di otto anni, si rinchiude in se stessa, il volto inespressivo, ai limite dell’idiozia, gli occhi fissi su un dettaglio insignificante: una crepa, un sasso, una macchia d’olio sull’asfalto. Questi sono i momenti in cui lui la odia. Vorrebbe afferrarla per le spalle e scuoterla avanti e indietro per vedere se si rimette in moto. Una volta, ha anche provato a farlo,  poi, la sensazione di quelle ossa fragili da uccellino sotto le dita lo ha spaventato, ha avuto l’impressione che sarebbe bastato appena un millimetro di forza in più in quella stretta per farla esplodere davvero. Come frantumare la cassa toracica di un topo. E la rabbia si è ritratta dentro di lui. Si è sgonfiata e lui l’ha osservata defluire, raggrinzire e mummificarsi, una goccia d’olio in un piattino d’acqua, grassa e compatta, isolata, e poi un sassolino, un seme secco. E sola, e secca, sono le due definizioni che potrebbero venirgli effettivamente in mente per prime, a parlare di lei con qualcuno che non la conosce. Lo è sempre stata. Almeno, da quando la frequenta lui, quindi tre anni.

Quando hanno finito di disfare i bagagli è quasi ora di cena. Una falce di luna spunta dal fianco verde della collina che chiude la baia. Lei è tornata allo scoglio bianco, può vederla anche da qui, una figura piccola, di spalle, che fa scivolare avanti e indietro un piede sull’acqua, senza cambiare ritmo o inclinazione della caviglia.
Marco intanto stappa una bottiglia di bianco che ancora non ha raggiunto la temperatura perfetta, ma per stasera può andare. Annusa il tappo. Molto bene. I bicchieri sul tavolino sotto la tettoia, la coppetta con le olive, le patatine. Dopo un paio di bicchieri di vino in genere lei migliora. Non che diventi loquace, questo no, però almeno si lascia toccare, e a lui piace toccarla. E’ l’unico motivo, in verità, per il quale stanno ancora insieme. Tolto il fatto che è nello studio del padre di lei che sta facendo praticantato, e che in seguito, se tutto va come spera – e tutto va sempre come spera – lui farà una luminosissima carriera.

Anche Antonia ha preparato l’aperitivo, gin-tonic e grossi capperi sottoaceto, qualche tartina al caviale. Affacciata alla finestra, guarda i colori della baia che si smorzano, il riflesso rosa della falesia che poco a poco si spegne e si confonde con l’azzurro indaco del mare. Era da mesi che sognava questo momento, sigillata dentro la stanza al decimo pianto del suo ufficio in Regione – pile di documenti relativi a finanziamenti pubblici da destinarsi a eventi culturali da approvare o bocciare-  lo sguardo fisso sulla città appannata che si disegna dietro i vetri come una macchia di vapore. Undici contro uno. Undici mesi di lavoro, un mese di paradiso. Antonia si stringe l’accappatoio sul seno: quando il sole se ne va, sull’isola fa fresco. I brividi le percorrono la schiena, arrivano fino alla nuca. E lei sorride, immaginando la mano di suo marito che le stringe il collo e le accarezza i capelli. Ma Piero ancora non si fa vedere, dev’essere giù allo scoglio a pescare, e quando rientrerà dovrà farsi la doccia, vestirsi. Un moto d’irritazione che le fa contrarre i muscoli delle spalle. Detesta la sua lentezza, lo detesta quando se ne sta chiuso in quel bozzolo di beatitudine da bagno. Le piastrelle umide, il pavimento inondato, piccoli peli ricci e grigi che intasano lo scarico della doccia, gli asciugamani buttati alla per terra alla rinfusa. Toccherà a lei rimettere a posto, come sempre. Meglio non pensarci. Meglio versare un altro bicchiere di vino, accendere lo stereo, ricordarsi dove hanno messo gli zampironi. Il trillo del cellulare è una fitta tra le tempie.

“Ciao. Sì, bene bene. No, figurati, niente, sono qui, stavo qui affacciata alla finestra a guardare il mare…sì, oggi abbiamo nuotato…sì, Piero ha pescato… cosa dici? Guarda, ti sento male….non saprei, lo sai che coi nomi dei pesci, per me sono tutti uguali, cosa vuoi che ti dica, sono pesci…cosa? Ah, alla griglia… senti Carlotta adesso ti saluto, vado a preparare la tavola per la cena…certo, in terrazza…baci anche a te, a domani.”

Ha appoggiato le mani al davanzale e sporto il busto in avanti. Guarda il mare. No, non solo il mare, non si guarda mai una cosa sola per volta.

Cosa guardo. Vuoi sapere cosa guardo? D’accordo, te lo dico. Ma vedi di non rimanerci troppo male, Carlotta. Guardo mio marito Piero, sessantasette anni ben portati, commercialista, giovanile, nessunissima intenzione di consegnarsi alla pensione, brizzolato, tenersi il cazzo in mano mentre a sua volta guarda il mare, e guarda anche una coppia di quasitrentenni che scopa violentemente sul materasso di un cottage affacciato sul mare, in fondo alla discesa che porta alla nostra casa della vacanze. Dici che avresti voglia di sentirla, Carlotta cara, questa storia? Oppure come me preferisci sorvolare e rimetterti a pensare al tuo argomento preferito? Qual è il mio, dici? Lo sai, te l’ho accennato una volta, durante una partita di carte, o mentre guardavamo le vetrine sotto il Pavaglione, chissà, forse non mi hai ascoltata. O forse sì, ma hai fatto finta di niente, come tutte le volte che una cosa ti irrita, o ti fa dispiacere. Comunque, resto qui ancora un istante, e la sagoma di mio marito Piero con le braghette a righe calate, il cazzo semiduro stretto nel pugno, si confonde con la platea di un teatro dove sagome vestite di scuro dormono accasciate su poltrone di velluto rosso. Le bocche aperte. I volti e le mani pallidi – un pallore incredibile cara, impossibile  descriverlo con le parole, bisognerebbe dipingerlo-. Qual è l’associazione mentale, vuoi sapere? Tesoro, non lo so, non ne ho la minima idea. Certo, se lo sapessi puoi star certa che saresti la prima alla quale lo direi. Sei la mia migliore amica, no?

Piero ha appoggiato il secchiello con i quattro pesci ancora vivi. Sbattono le code con forza contro la plastica, ma tra poco sarà finita, inutile pensarci, inutile concentrarsi sulla loro agonia. Il mare è uno specchio rosato, un silenzio incredibile è calato sulla baia, deve essere questo il momento esatto in cui il giorno cede e lascia il posto alla sera. Ha riavvolto il filo della canna da pesca. Sigillato il barattolo con le esche. Un momento perfetto. Il momento. Pensa per una frazione di secondo al suo socio, allo studio, ai lavori di ristrutturazione che certamente proseguono in sua assenza. Giusto una frazione di secondo. Poi passa. E’ in vacanza, cazzo. Deve sforzarsi, deve concentrarsi. Assapora il momento. Qui. Ora. Usa le parole che gli ha insegnato la fisioterapista quest’inverno quando ha avuto la sciatica. Per associazione d’idee, pensa anche alle tette della fisioterapista che sfregano casualmente contro il suo fianco mentre gli sposta la gamba di lato tenendola con forza tra le mani. L’aveva anche invitata a cena un paio di volte, lo scorso inverno. Giusto il tempo di accorgersi che i suoi unici argomenti di conversazione – a parte la fisioterapia, i muscoli atrofizzati di vecchi con un piede nella fossa e di handicappati senza speranza – erano l’ex marito e la figlia dodicenne che si faceva le canne. Troppo, per lui. Che odia i vecchi, non ha figli né li ha mai voluti, e che alla vista di un qualsiasi tipo handicappato prova sensi di colpa lancinanti quanto inutili che gli disturbano l’appetito e gli rovinano la giornata.
Ma eccola qui davanti a lui, la piscinetta, il rosa delle falesie che a quest’ora appare ancora più soffice e irreale. Concèntrati sulle sensazioni piacevoli. Assaporale. Novanta gradini di salita verso il cottage che lo faranno sentire elastico e pimpante. Una lunga doccia calda. L’aperitivo. Vino bianco ghiacciato. Caviale. Il profumo della legna che arde e poi quello dei pesci che cuociono. E la lettura dei giornali, che il proprietario della casa gli ha portato stamattina presto e che non ha ancora aperto. E’ in vacanza. Vacuum. Vuoto. Nulla. Silenzio. Pace. Riposo. Inspira, espira. Qui, ora.

Al trentacinquesimo gradino – pietroni levigati ancora caldi di sole sotto la pianta dei piedi nudi- si è in vista del cottage. Definizione alquanto imprecisa, ma è così che lo chiamano. E’ un monolocale ricavato nella pietra, scavato direttamente nel fianco di una falesia. Ogni volta che ci passa davanti si domanda se prima di prendere a picconate lo scoglio, abbiano chiesto una perizia geologica. Comunque, hanno solo tirato su due muri per conchiuderlo, non sarà mica un dramma, è bizzarro da vedere, somiglia a un igloo, fatta salva la pietra al posto del ghiaccio, naturalmente. C’è una tenda a fiori davanti all’entrata che sventola lieve nella brezza della sera. I due ragazzi arrivati oggi hanno appeso i costumi da bagno al filo teso tra due pini. Un paio di calzoncini color kaki e un tanga minuscolo, bianco. Non ha potuto fare a meno di guardarla, la ragazza. Troppo magra, per i suoi gusti, con quelle tettine piccole e avvizzite ma insomma, il viso gli è sembrato carino, il culo pure. Al trentottesimo gradino si ferma un secondo a prendere fiato. Altro che elastico e pimpante, se non si ferma gli viene un infarto. E prima che arrivino i soccorsi, qui, a un’ora di mare e due di terra dalla civiltà,  può anche essere belleche schiattato. Appoggia il secchiello, la canna, la cassetta con le esche e gli altri ammennicoli del pescatore. La tenda si alza, la sua testa si gira, per un riflesso automatico. Dentro il monolocale scavato nella roccia c’è posto solo per il letto, come può osservare per la prima volta, mentre, sempre per la prima volta, osserva due corpi umani in tipica posa da accoppiamento. Missionario. Lui sopra lei sotto. La tenda si abbassa. Si alza di nuovo. Lui avverte una fitta nei coglioni. Una specie di prurito doloroso che lo spinge a infilare una mano nel costume bagnato. A farlo scivolare giù. Niente pensieri. Niente di niente. Salvo quella fitta al basso ventre. Il giovane uomo là dentro non sembra proprio soffra di problemi arteriosi né di sciatica. Si regge sulle braccia senza il minimo sforzo mentre fa ondeggiare i fianchi avanti e indietro. A un certo punto, in un eccesso di virtuosismo solleva un braccio a prendere qualcosa dalla nicchia scavata accanto al letto. Ma Piero non riesce a vedere cosa, la brezza si è smorzata, la tenda è scivolata giù. Calma di vento. Lui resta lì con il costume calato, l’uccello in mano. Ridicolo. Patetico. Di botto, la consapevolezza lo investe. Meno male, pensa, che nessuno può vedermi, meno male che qui non c’è nessuno. Rimette a posto il costume. Furibondo. Pensa alle pillole azzurre che il medico gli ha proibito per via della pressione alta. Quello lì, il virtuoso della flessione monobraccio, le azzurrine manco lo sa cosa sono. Ma dagli qualche anno. Dagli solo qualche anno. Solleva canna, secchiello e attrezzi e ricomincia a salire. Il cielo sta scurendo in fretta. Quando è arrivato a metà della curva che costeggia il cottage la testa del giovane uomo appare da dietro la tettoia. Ecco, lo ha visto. Sorride, sta per salutarlo, ma il ragazzo è più veloce.
Buonasera, pescato bene?
Piero abbassa lo sguardo sul secchiello. Definitivamente, incontestabilmente morti. Stecchiti.
Sì grazie, non c’è male. Sono quattro. Quattro orate.
Pausa.
Il ragazzo sorride. Lui pure sorride. Non sa come altro proseguire, se mai abbia un senso, proseguire. Poi la frase gli esce dalla bocca, senza nemmeno averci pensato.
Perché non salite a cena da noi? Quattro orate, e noi siamo quattro, no?
Il ragazzo volta la testa verso il cottage, poi ci ripensa, può benissimo decidere da solo.
Grazie, volentieri.
Ecco, bene. Allora vi aspettiamo per le nove.
A dopo.
Sì, a dopo. Altri quaranta gradini per stramaledirsi. Cosa gli è venuto in mente, come.

Antonia appoggia il bicchiere sul tavolo. Spiana il giornale sulla tovaglia allontanando i piatti e le posate.

5 luglio 2003
Due donne si sono fatte esplodere durante un festival rock
in un ex aerodromo dove c’erano quarantamila persone
Mosca, kamikaze a un concerto
18 morti e almeno 30 feriti
Un altro ordigno nella zona è stato disinnescato

E’ successo di nuovo.
Quante volte è successo, quest’anno?
Quante sono? E chi sono? Come si chiamano, nomi e cognomi, e da che paese venivano di preciso, chi erano? Che faccia avevano? Sul giornale, questo non c’è scritto. Sui giornali, questo non lo scrivono mai. Scrivono solo che le due donne si sono fatte esplodere, una dopo l’altra, e che nelle loro “cinture di morte" c’erano 500 grammi di esplosivo TNT, biglie di acciaio e altri frammenti metallici.

Le due donne kamikaze, secondo il ministro dell’Interno Boris Gryzlov, erano guerrigliere cecene. E che è stato ritrovato un passaporto appartenente a una delle due donne. E’ intestato a Zulikhan Suleimanovna Likhadzhiyeva, nata in Cecenia, nel 1983.

Antonia afferra il bicchiere di vino, lo vuota. I pensieri non smettono di agitarsi dentro la sua testa. Ecco, una si chiamava Zulikhan. Un nome che lei non riesce nemmeno a pronunciare. Quanta rabbia ci vuole, per fare una cosa del genere? Quanta rabbia e quanta paura ci vogliono per accettare di morire così?
Riprende a leggere.

Erano da poco passate le 10,30 del mattino. L’area dove avrebbe dovuto svolgersi il festival musicale era già affollata. Le due donne hanno tentato di farsi strada all’interno dell’aerodromo, ma sono state bloccate all’entrata. La prima si è dunque fatta esplodere il più vicino possibile alla zona del festival, vicino ai botteghini. Ha ucciso quattro persone. E qualche minuto dopo, poco più in là, anche la seconda donna ha azionato la carica esplosiva, vicino a una fila di bancarelle. Erano le 10,52 ora di Mosca.

Chissà se erano amiche, se almeno si conoscevano. Se la notte prima avevano dormito insieme, in treno, magari abbracciate, e si erano confessate di avere paura.
Curiosamente, nella sua testa tornano a sovrapporsi quelle due immagini totalmente irrelate: suo marito con le braghe calate e l’uccello in mano, e le poltrone rosse del teatro di Mosca dove stanno accasciate le donne kamikaze vestite di nero. Loro non hanno fatto in tempo a farle esplodere, le cinture – sono ancora lì, come orribili creature aggrappate al loro grembo-. Sono state gasate prima. E poi freddate, con un colpo di pistola. A quella parola, gasate, due immagini si sovrappongono alle due che già le occupano la mente: quella della camera a gas di Mathausen – dove una volta, in visita con un gruppo di colleghi, è caduta in ginocchio, semisvenuta – e la poetessa Sylvia Plath che infila la testa nel forno, in un lontano giorno di febbraio, a trent’anni.
Zulikhan, la ragazza cecena, di anni ne aveva venti.
Quanta rabbia ci può stare dentro un cuore di vent’anni?
E in uno di trenta?
Antonia chiude di scatto il giornale. Il cielo scurisce, tra poco sarà buio. Gli uccellini compiono gli ultimi voli intorno alla casa, è ora di radunare la compagnia bella e andarsene a letto.

Antonia?
Eccolo lì davanti a lei. La faccia abbronzata, l’asciugamani buttato su una spalla. In questi cinque giorni si è asciugato. E’ in ottima forma, bisogna ammetterlo, tra un mese, quando tornerà in studio, farà furore. Lo guarda senza rispondere, e aspetta che sia lui a parlare; ha sempre fatto così, sono trent’anni anni che fa così.
Li ho invitati a cena, non fare quella faccia, non so cosa m’ha preso, ho pescato quattro orate…insomma, non è una tragedia, vado a farmi la doccia poi accendo il fuoco, tu organizza un primo… vedrai che andrà bene, sembrano simpatici.
In effetti, lui  deve averlo visto da vicino, quanto sono simpatici.

Le candele tremolano appena, c’è una brezza lievissima, profumata, il mare piatto e nero là sotto, silenzioso. La ragazza gioca con gli spaghetti senza mangiarli, Antonia la osserva in silenzio mentre i due uomini parlano ininterrottamente da un’ora. Marco è un avvocato, Piero un commercialista, di argomenti in comune ne trovano a decine, uno inanellato all’altro, senza soluzione di continuità. Antonia invece non sa cosa dire, quella ragazza sembra chiusa in una scatola senza spiragli. E poi pensa a suo marito, a come faccia a non vergognarsi, dopo quello che lo ha visto fare stasera. Lo guarda, il vino gli ha arrossato le guance, sembra un po’ alterato, mentre si avventa su un’altra forchettata di spaghetti senza smettere di elencare dati di transazioni finanziarie che non lo riguardano affatto come fossero precisamente affari suoi. 
Quanti anni hai?
Le domanda di colpo la ragazza, senza nessun preavviso, gli occhi scuri fermi e inespressivi.
Io? Oh, beh, cinquantasei. A maggio cinquantasette.
E non avete figli?
Antonia si passa il tovagliolo sulla bocca, beve un sorso di vino, poi sorride.
No, niente figli.
Carla si chiude di nuovo, abbassa la testa sul piatto, come si fosse inceppata, o spenta.
E voi… tu? Antonia cerca di recuperare il filo di una possibile conversazione.
Ventisette. Niente figli, non ci penso neanche, i bambini mi fanno schifo.
L’ha detta a voce alta, l’ultima parte della frase, tanto che anche i due uomini si sono zittiti di colpo.
Antonia l’ha guardata a lungo, prima di abbassare gli occhi e chiedere, a voce bassa: perché sei così arrabbiata?
Forse l’ha detto troppo piano, perché Carla non ha risposto, ha voltato la testa verso la pineta buia come se avesse sentito un rumore in lontananza.
Marco allunga un braccio verso la testa della ragazza, le batte le nocche sul cranio. Non riesce a sembrare neanche per un secondo un gesto simpatico.
Non è arrabbiata, è solo stronza.
          
Quanta rabbia ci può stare, in un cuore di cinquantasette anni?
Antonia si guarda allo specchio, l’accappatoio aperto. E’ un bel corpo, il suo, è sempre stato bello, però ha quasi sessant’anni, forse è per questo suo marito non la tocca più, che neppure lei si tocca più, che quando cammina per la strada le sembra di essere invisibile. Pensa alle donne del teatro di Mosca. Ai loro volti pallidi, le nuche riverse sul velluto rosso, le mani abbandonate, le cinture piene di esplosivo. Ai mariti che le hanno lasciate andare. Ai mariti che forse erano già morti. Ai mariti che forse le hanno costrette a fare quello che stanno facendo. Pensa a Zulikhan, vent’anni. Pensa alla madre di Zulikhan. Se è fiera di sua figlia, adesso. O se sta stesa per terra, la bocca affondata nel fango, a urlare che gliela riportino indietro. Che la rimettano insieme, la incollino, un pezzettino alla volta, come una brocca di ceramica. Pensa ai suoi fratelli, al suo fidanzato. Forse l’hanno violentata. Forse l’hanno costretta. Forse ha visto ammazzare le persone che amava di più. Le hanno portato via tutto. Non c’era più nessun motivo di vivere. Solo rabbia da far bruciare, come si bruciano i manoscritti, o le lettere di qualcuno che ti ha tradito e mentito e umiliato troppe volte.
Antonia distoglie lo sguardo dallo specchio, chiude l’accappatoio con un gesto veloce, stringe la cintura fino a farsi male. Si domanda se tutti i cuori abbiano bisogno della rabbia, per continuare a battere. Sarebbe l’unica spiegazione. L’unica per ammettere che la sua rabbia, e quella di Carla, di Marco, e  Piero, hanno diritto di esistere – se si mettono a pensare, anche solo per un secondo, al cuore a pezzi di Zulikhan. 

 NDA L’articolo Mosca, Kamikaze a un concerto è apparso sul quotidiano La Repubblica del 5 luglio 2003.
Per un approfondimento sulle donne kamikaze cecene (in inglese): www.peacewomen.org/news/Chechnya/newsarchive03/Chechenbombers.html

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3 commenti on “”

  1. lilith70 ha detto:

    bello. davvero. (ma non nasceva come idea per un romanzo? le due coppie eccetera? mi sembrava…)

    p.s. fat schiv c lè la vita.
    copyright eraldo baldini.

  2. ghiaccioblu ha detto:

    lilith: sì, nasceva in realtà come idea per una piece teatrale, per ora abbandonata. come ben sai, non si butta via niente.


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