….Tutta la parte cosciente di Martin era concentrata sul lavoro. Incessantemente attivo, con la mano e con la testa, mutato in macchina intelligente, tutto ciò che faceva di lui un uomo era dedicato a fornire intelligenza alla macchina. Nel suo cervello non c’era posto per il possente universo e per i suoi problemi.Tutti gli ampi e spaziosi corridoi del suo intelletto erano chiusi e sigillati ermeticamente. La cassa armonica dell’anima era ridotta a una stretta camera, a una cabina di comando dalla quale venivano diretti i muscoli del braccio e della spalla, le dieci agili dita e il ferro che si muoveva veloce nel suo sentiero fumante, sospinto dai gesti ampi, esattamente tanti gesti e non più, ogni gesto fino a un certo punto e non una frazione di centimetro più in là, passando a precipizio su interminabili maniche, fianchi, schiene e code, e lasciando le camicie finite, sull’asse. E mentre il suo spirito frettoloso lanciava, già si protendeva a prendere un’altra camicia. La cosa andava avanti, un’ora dopo l’altra, mentre fuori il mondo intero languiva sotto il sole a picco della California. Ma non c’era languore in quella stanza surriscaldata. Gli ospiti che prendevano il fresco sulla veranda avevano bisogno di biancheria pulita. (…) Sempre, in mare, il lavoro gli aveva lasciato ampia oppurtunità di comunicare con se stesso. Il Capitano della nave era padrone del tempo di Martin, ma lì, il direttore dell’albergo era padrone anche dei pensieri di Martin. Egli non aveva altri pensieri al di fuori di quello della fatica snervante e divoratrice. Pensare altro era impossibile. Non sapeva nemmeno più amare…

Martin Eden, Jack London

E’ giusto sentirsi in colpa se si è avuta -o finalmente si ha- la fortuna di non doversi trovare a lavorare in queste -o simili- condizioni? E poi, questo impedisce di essere empatici con chi invece quella fortuna non l’ha avuta? Se qualcuno si è sentito offeso dal mio post precedente, me ne scuso. Ho vissuto tutta la vita a contatto con la fatica quotidiana degli altri dunque non posso non sapere quanto sia doloroso e sfibrante non avere possesso del proprio tempo e dei propri pensieri. Non intendevo irridere nessuno. Intendevo dire che alle volte -purtroppo non sempre- è possibile lavorare in modo da essere più liberi. Se qualcuno ci riesce, vuole dire che anche per altri è possibile riuscirci. Tutto ha il suo prezzo, in ogni caso. Questo non va mai dimenticato. Ma proprio tutto. Anche la fortuna, che sola non è mai sufficiente.

Il primo passo potrebbe essere cominciare a liberarci della morale da schiavi che ci afflige.

PS Su D di Repubblica di questa settimana -ancora non è on-line, ma lo sarà tra qualche giorno- un’inchiesta interessante: “Lavorare al supermarket tra abusi e precarietà”.
E questo articolo: Cina- Mille bimbi sequestrati e resi schiavi nelle fabbriche.

Ogni singolo essere umano che riesce a sottrarsi a questa pena non è insulto per quelli che non ci riescono, ma una speranza, e una vittoria.
 

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8 commenti on “”

  1. utente anonimo ha detto:

    ah l’invidia, che brutta roba…
    a me invece il post di ieri è piaciuto proprio tanto e son contenta quando una persona che ha un talento riesce a vivere, anche economicamente voglio dire, grazie a quel suo talento. ti leggo su carta dai tempi di “in tutti i sensi come l’amore”, che mi è rimasto piantato nel cuore e che ho letto e riletto e rileggo, ancora, spesso. mi piace la fisicità che metti dentro la tua scrittura, l’attenzione ai dettagli. da qualche tempo anche sbirciare sul tuo blog è diventata una piacevole abitudine. era da un po’ che volevo dirtelo, così. e bona lè, che sennò sembro una groupie. 😉
    buona vacanza, buona lettura… e buon lavoro.
    la stolida

  2. cloudboy25 ha detto:

    Era già chiaro, dal post precedente, non nascono equivoci se non alle orecchie dei sordi. Non ci si deve mai giustificare del proprio successo, è assurdo. Lo si deve godere, senza dimenticare che il successo nostro e degli altri è un’oasi in un deserto (e anche il deserto è nostro, e degli altri). Per come la vedo io, goditi il tuo mare. Perché te lo sei meritato (e questo non è da tutti).

  3. japa ha detto:

    Non giustificarti Simona, se hai aperto una finestra sugli altri, per motivi che tu sai, rendi onore alla bellezza delle voci.

    Guarda quello che ti è stato detto con rabbia, e confrontalo con quello che ti viene detto per adorazione.

    E poi, per sottrazione, come sempre deve, chi ha un bisogno come l’arte, poi..guarda solo il fatto che sei anche tu una voce, ma che risponde.

    Pasolini ci credeva, è questa la salvezza, l’ho detto anche a Trevisan quando ho visto “Quattro stanze con bagno” e gli ho chiesto di restare sul palco a leggere, nonostante le critiche negative.

    “Magari le tue parole sono morte, tu sei morto..ma forse quello che scrivi salva qualcun altro. E in questo senso si, è la salvezza che Pasolini cercava nel mito”.

    Non è un amico, figurati, appena gli ho chiesto un consiglio per un progetto editoriale, mi ha scaricata miseramente.

    Ma resta un genio, è un grande.E forse, in un’occasione, mi ha salvato la vita.

    Non c’è critica se incontri un’altra persona, te l’ho già detto quando sei intervenuta a dueville.
    E’ un viaggio, che scegli, quello verso gli altri, anche se nelle modalità che ti sono più semplici.

    E chi viene qui, perché con te è così, è in quel viaggio o altrimenti non c’è.
    E’ il tuo suono, proteggilo.

  4. japa ha detto:

    Ti dico come, così capisci.
    C’è una frase nel suo spettacolo:
    “La passione è un sentimento ingiusto”.

    questo suono, ha fatto la differenza, nella mia vita, anche se lui non lo sa.

    Buon lavoro

  5. Batsceba ha detto:

    certo, forse non tutti possono, a volte non dipende solo da noi stessi, ma per chi ci riesce, ce la fa, niente invidia.
    riuscirci con le nostre possibilità. io sto provandoci…
    martin eden uno dei primi libri letti.
    com’è il libro di Franchini?
    peace and love

  6. utente anonimo ha detto:

    Questa Simona ha la tendenza un poco ossessiva a ricercare – e lo fa con meticoloso zelo – istanti di trionfo narcisistico. Fin qui nulla di male, naturalmente. L’immagine patetica nasce poi, quando arriva persino a giustificarsene. E se, come accade, il tutto è condito da una grandinata (prevista) di lodi, quel pathos da operetta giunge al culmine.

  7. ghiaccioblu ha detto:

    Per Batsceba: Franchini è un grandissimo. E questo libro è un fondamentale. Se lo trovi, afferralo. Lo sto rileggendo per l’ennesima volta. Farò un post appena riesco.

    Japa: grazie.

    Vale: buon viaggio! ( E dargli una botta in testa, al Capò? Se vuoi vengo a dargliela io).

  8. cf25302015 ha detto:

    ho letto l’articolo su repubblica e mi sono venuti i brividi a pensare a quante di queste donne, ragazze, ragazzi incontriamo tutti i giorni e di loro non sappiamo niente, di come lavorano, di come passano le giornate.
    un minuto al cliente alla cassa e “buona giornata signora”
    mi piace questo giornalismo, di questa stampa abbiamo bisogno e ce n’è sempre di meno.
    forse ora li guarderemo con un occhio diverso.
    sottrarre loro e sottrarsi noi a queste logiche. spero che ancora si possa.
    ciao
    laura


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