Via Emilia all’Angelo


ontheroadboy
Questa strada l’ho percorsa decine di volte. L’anno scorso ad esempio, avanti e indietro dal Fuori Orario, quando registravamo le puntate di Milonga Station. G alla guida e C al posto del passeggero, io dietro, l’Ipod nelle orecchie e lo sguardo fisso sul paesaggio che scorreva fuori del finestrino. Autostrada A1 fino a Parma, poi un pezzo di via Emilia al contrario, verso la provincia di Reggio, per raggiungere Sant’Ilario d’Enza e Gattatico. Uno dei nuovi ponti di Calatrava, ora ultimato. Un arco bianco nel cielo, come un’aureola luminescente, uno schizzo di sperma latteo, solidificato, o un’arpa angelica, gigantesca. Cantieri su cantieri. Quello infinito della Tav che scorre parallelo all’autostrada. E poi, le campagne. Aree edificabili in vendita. Quartieri residenziali di palazzi e villette recintati d’arancione, a segnalare i lavori ancora in corso. Ruderi di case coloniche abbandonate che presto verranno rase al suolo per far spazio a nuovi insediamenti. Nuovi cantieri, nuove villette, nuovi paradisi residenziali per famiglie. P dice che si sente la testa stanca: troppo cemento, come se questi posti ti cambiassero dentro, polveri fini che invece di depositarsi nei polmoni, si infiltrano nella testa. Io rido. E’ così. Sono tre anni che fotografo, che prendo appunti, che attraverso questi posti avanti e indietro, che non vedo altro. Sì che è cambiata, la mia testa. Non si può essere felici, in posti come questi, gli dico indicando file su file di palazzine dipinte di albicocca o verde marcio, e i giardinetti spelacchiati che sui cartelloni pubblicitari vengono indicati come ‘Parco residenziale’ o ‘Splendido giardino condominiale’. Ci si abitua, mi risponde lui, poi un giorno c’è il sole, ti svegli e gli uccellini cantano, e tu sei felice. Può darsi, penso senza dire niente, ma è immorale. In posti così bisogna essere indignati. Di continuo. Abituarsi, certo ci si abitua a tutto, ma questo vuol dire essere complici. In uno di questi nuovi complessi non ancora terminato, segni di vita dentro gli appartamenti: un trapunta colorata appesa allo stendibiancheria su un balcone, un triciclo, una palla. Dietro una finestra, un uomo beve una tazza di caffè, si accende una sigaretta. Ha un’espressione triste, distratta, lontanissima. Credo che mi veda puntare l’obiettivo verso di lui, e scattare, ma resta immobile, inquadrato esattamente al centro del suo inferno condominiale. Lungo la via Emilia, al ritorno, altri cantieri, altri scempi, altre tonnellate di cemento rovesciate sulla pianura in forma di cubetti, rettangoli, parallelepipedi di ogni dimensione. Quanti soldi. Un fiume di denaro nelle tasche di qualcuno. (Ad esempio, in queste.) E sulla strada, alle fermate degli autobus e delle corriere, o in bicicletta sfidando i camion, gli schiavi. Gli schiavi che combattono la loro battaglia nella speranza di diventare liberi, senza accorgersi che quella libertà per la quale si affannano è anch’essa una schiavitù. Subdola. E mortale.
Siamo tutti complici. Tutti colpevoli.

Non ho incrociato un solo sguardo felice, in questa giornata, in questi posti.

In un bar sulla via Emilia, una donna grassa seduta a un tavolino, la borsa di pelle stretta al petto, osservava con la testa inclinata due uomini che giocavano alle slot-machine, aspettando il suo turno. Davanti, un bicchiere a metà, forse Campari. Lo sguardo vacuo, mentre là fuori, i camion incolonnati nel traffico del tardo pomeriggio sbuffavano gas di scarico pestilenziali. Ho immaginato i suoi pomeriggi, chissà, forse tutti identici a questo.
Ho bevuto il mio decaffeinato e sono scappata.
Via Emilia all’Angelo, diceva il cartello lungo la strada.
Quale angelo? Dove?

PS. E questi sono i risultati della settimana di controlli della Ausl sulla sicurezza dei cantieri edili in Emilia Romagna. Uno su due non è in regola. Proviamo a indovinare chi è che ci rimette e chi è che ci guadagna.

palazzine

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7 commenti on “Via Emilia all’Angelo”

  1. utente anonimo ha detto:

    La grande maggioranza degli abitanti di questi luoghi non si pone nemmeno lontanamente problemi esistenziali legati alla struttura degli edifici e di quanto cemento … di quanta camorra … di quanti assessori comunali, provinciali, regionali abbiano partecipato allo scempio. Per gli abitanti di questi luoghi “l’architettura del banale” non è diversa da Palazzo Rucellai o da Palazzo Medici Riccardi. Hanno un solo desiderio: che vinca la “loro” squadra di calcio e non importa se questa è presieduta da un mafioso o da un camorrista, perché, come disse Leonardo (da Vinci, ehm) “… essi sono solo un transito di cibo e di essi non resta altro che la merda”.
    The Father.

  2. utente anonimo ha detto:

    il calatrava nel mio occhio m’impedisce di vedere la pagliuzza in quello del vicino.Tutto l’oro accumulato oggi, fatto sulla pelle dei nipoti che non avremo, accorcerà inevitabilmente la vita del mondo.
    la vita esisteva ben prima dell’avidità, là dove la natura sarà ferita non tarderà a guarire.Il suo processo di guarigione forse comprenderà anche l’eliminazione degli stupidi parassiti umani…
    costruzione di spazi fobici atti a generare consumo…sereno sempre,felice mai, comunque e ovunque…

  3. marguz ha detto:

    Simona, che bello aver trovato il tuo blog! Come ho fatto a non pensare prima che anche tu dovevi averne per forza uno? Adesso dovrò prendermi un po’ di tempo per leggerti; ma non stanotte, anche se la luna è più splendente che mai. Un abbraccio a te che hai riempito con le tue parole mille delle mie giornate…
    Margherita

  4. Conigliolo ha detto:

    Produci, consuma, crepa.
    soprattutto consuma.
    Non importa come lo fai.

    leggevo tempo fa che il Bhutan è l’unico paese al mondo che per calcolare il benessere dei suoi abitanti non tiene conto del reddito pro-capite, ma della loro felicità.

    Il Bhutan.
    Il paese più avanzato del mondo.

  5. ghiaccioblu ha detto:

    the father – ma father di chi? 🙂 – io voglio credere, anzi io CREDO che non sia così. che molte persone si ritrovano costrette a vivere in luoghi nei quali se potessero non vivrebbero. a fare lavori che se potessero non farebbero. a ingoiare rospi che. a non sperare più perché tanto. svegliarsi è dura. forse impossibile. e se anche sei sveglio, non hai le forze per cambiarle, le cose. devi pensare a sopravvivere. al di sopra dei tuoi mezzi, ovviamente, come ti è imposto di fare.

    produci. consuma. crepa.
    (l’ha detto anche conigliolo!)

    utente anonimo: gli umani sono virus. siamo una malattia mortale. bene per la tua serenità. anche se io preferisco il contrario: felice ogni tanto, serena mai. la serenità fa ingrassare. 😉

    ohi, marguz: che dire? grazie!!!! la luna ieri notte non l’ho vista, qui c’era coperto… un abbraccio anche a te e torna presto.

    conigliolo: il buthan è il paese dove hanno inventato il Nembuthal, giusto?
    PS l’uomo più felice del mondo è un buddhista ex riccone. c’era sul venerdì della settimana scorsa. la mia coinquilina è buddhista. non mi sembra così felice. forse non è stata riccona prima. da quando Leonard Cohen ha lasciato il monastero zen e si è rimesso a far dischi non mi fido più tanto del buddhismo.

    s

  6. utente anonimo ha detto:

    Leggo spesso il tuo blog e seguo le tue considerazioni su come i nostri costruttori stanno cambiando (o distruggendo) il nostro paesaggio. E’ un problema su cui non si riflette abbastanza, nemmeno sui giornali. Ti lascio il link a una discussione che prova a ragionare più o meno sugli stessi temi, anche se da un punto di vista diverso (economisti e urbanisti). Mi piacerebbe sapere che ne pensi.
    http://www.firstdraft.it/2007/05/28/perche-le-case-costano-tanto-e-perche-dobbiamo-ancora-costruire/
    Stefano M


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