mendicante
Roma. Il penultimo -o il secondo, dipende se si comincia a contare dall’alto o dal basso- gradino della Cordonata, la strada che porta al Campidoglio, di fianco all’Ara Coeli. Il sole splende, fa caldo, non c’è una sola nuvola in cielo, il vento soffia forte. Ho fretta di entrare ai Musei Capitolini, la testa già piena dei dettagli di corpi bianco rosati che ho già visto decine di volte ma dei quali non riesco a saziarmi: muscoli, un tendine, capezzoli di marmo che danno l’illusione della carne viva, vene che corrono sottopelle lungo un bicipite, la schiena vertiginosa del Galata Morente, gli addominali di un centauro marino. Però lei è lì: una mendicante distesa a terra. Di più, prostrata. La sua è quasi una posizione yoga, perfetta. La schiena incurvata, le braccia posate a terra e il palmo delle mani sollevato verso l’alto, la testa e il viso nascosti dal velo che ricade in avanti. Rallento e la osservo. Passa qualche minuto, e lei è lì, immobile, non si è spostata di un millimetro, non si capisce neanche se respira. Attorno, i turisti salgono e scendono, una marea distratta, accaldata, vociante. Centinaia di piedi impolverati, di ascelle sudate, di pance gonfie di pizza e gelati, le borse cariche di macchine fotografiche, guide, cartine, spiccioli. Nessuno la guarda, sembra che non se ne accorgano neppure, di lei. Come se non esistesse. Non ha niente, davanti a sé, né un cestino, né un cappello o un qualsiasi contenitore per eventuali – che starci a fare lì, altrimenti?- monete.
Quanto coraggio- quanta disperazione – ci vogliono per prostrarsi a quel modo, quanta indifferenza bisogna aver maturato, quanto distacco, quanta distanza da un qualsiasi tipo di orgoglio? Lontanissima da tutto, questa donna della quale non so niente. Come gli altri. Gli altri che mi feriscono gli occhi ogni volta che esco a camminare, e dai quali non riesco a distogliere lo sguardo, l’attenzione. Sono uomini e donne. Sono poveri. A volte sono pazzi. Spesso alcolizzati, o tossici. E vedo che aumentano. Che le nostre città si riempiono di questi pariah dogs che vengono da lontano, e da vicino. Alcuni si costruiscono case inventate con teli e scatoloni, altri girano con carrelli stracolmi di pacchetti, altri ancora non si portano dietro niente a parte i loro corpi. Corpi poveri. Corpi distrutti dalla vita in strada. Monumenti all’ingiustizia. Corpi vivi, qui fuori, e corpi di pietra che mi attendono in cima alla salita. Tutti bellissimi, e tutti diversamente mutilati. Ma davanti alla mutilazione delle statue, i turisti adoranti mettono mano alle digitali e scattano impazziti una foto dietro l’altra, davanti a questi altri corpi, invece -corpi vivi, sofferenti- distolgono lo sguardo e affrettano il passo. Non vedono la grazia, vedono solo la disperazione e scappano via terrorizzati, come fosse una malattia contagiosa, pronta ad avventarsi su di loro. Forse lo sanno -lo sappiamo tutti- che nessuno è al sicuro. Mai. Che scivolare a terra è più facile che rialzarsi.

(E mentre scrivo, penso anche ai miei amici di Asfalto.)

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11 commenti on “”

  1. lilith70 ha detto:

    bellissimo post. 🙂

    poi magari un giorno riesco a scrivere di quel tipo che ho visto a piazza del popolo.

  2. ghiaccioblu ha detto:

    questo commento qua sopra doveva andare da un’altra parte…vabbè.

    grazie, P. 🙂
    Piazza del Risorgimento. Caldo bestiale. Ma se non te lo dicevo io, di fotografarlo, tu manco lo vedevi… ascoltava musica e teneva il tempo battendo i piedi, sembrava di buon umore, anche se non so come facesse in mezzo a quel bordello di autobus e tram e quell’afa e con quel telo di plastica sulla testa. Aveva un sacco di libri, lì sotto.

    s

  3. PC1969 ha detto:

    Colpisce l’indifferenza.
    Colpisce che tutto questo sia ormai diventato “arredo urbano” e che non ci faccia fermare un attimo a riflettere.

  4. DevilsTrainers ha detto:

    S.
    falso, l’avevo visto, ma non l’avrei fotografato, perché ero un tantinello preso da un certo qual problema di fermate e indicazioni sbagliate e una fanciulla che pressava… 🙂

    p.

  5. ghiaccioblu ha detto:

    PC1969. Sì. Però, non basterebbe neanche quell’attimo…è un discorso complesso…ci tornerò su… grazie del commento. 🙂 a presto.

    devils: quella fanciulla cui ti riferisci odia le città d’estate e mi pare avesse appena fatto qualche chilometro con i tacchi, inoltre aveva fame e sete e un attacco di nervi in corso… ma tu sei un uomo paziente. e attrezzato. (vedi digitale pronta allo scatto) questo non si può negarlo. 🙂

  6. lag0scur0 ha detto:

    passato per caso.. trovo molto interessanti le cose che vedi e il come le scrivi…
    con un po’ di calma, con permesso, ripasso…
    complimenti…

  7. chirieleison ha detto:

    Indifferenza e paura sono i nostri mali peggiori, i nostri peccati più gravi.

    Ho letto che Luigi Malerba ti ha inclusa nella lista degli scrittori più rappresentativi dei nostri anni. Mi sarei stupita del contrario. Ti ho scoperta con il romanzo “Come prima delle madri” che partecipava alla selezione del Premio Vittorini (ero nella giuria dei lettori) e lo votai incondizionatamente. Meritava di vincere il superpremio ma tant’è non sempre i premi vanno davvero ai romanzi più belli.
    Auguri di cuore

  8. utente anonimo ha detto:

    Abito a Roma e vivo la città da quasi trent’anni. Sono passato più volte accanto a questa signora con l’indifferenza e la fretta dei più. L’ho vista in luoghi diversi e non di rado riconosciuta ma mai ho trovato il tempo di “pensare”. Con questo tuo post l’ho fatto e spero di non ripetere un’atteggiamento diffuso quanto disonorevole. Ti ringrazio per avermi fatto fermare a riflettere su una scena che la realtà non mi aveva consentito di mettere a fuoco.
    Roberto.

  9. ghiaccioblu ha detto:

    grazie lagOscurO. permesso accordato. 😉

    Chirieleison.sì, indifferenza e paura. soprattutto paura, dalla quale io credo si generi la seconda. di Malerba non lo sapevo. non so mai niente, io, delle cose che mi riguardano… sentitamente ringrazio, anche se non saprei dire ‘rappresentativa’ di che… :-))

    grazie roberto, ma io credo che se dovessimo farci continuaente tutti ‘scorticare’ dal dolore o dalle difficoltà degli altri non vivremmo più… anche perché ‘pensare’, non è quasi mai sufficiente. bisognerebbe ‘fare’.

    s


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