3death2Dance of Death,
Hans Holbein The Younger 1524-26

Su Repubblica di ieri: due articoli letti di corsa al bar bevendo il cappuccino e poi riletti on-line, stanotte: nel primo, il racconto stringato della visita che Cazzola ha fatto a Romano Prodi nel pomeriggio del 25 aprile. Hanno parlato anche di Romilia. Come, non viene riportato. Intanto, in casa i nipoti di Prodi chiamano ‘nonno!’. Più o meno.
Il secondo articolo, questo:

Sul grande schermo in arrivo l´enigma del "Divo" Andreotti
Sorrentino, un film per raccontare i giorni neri del senatore
La sfida artistica: rendere in immagini la Dc, un modo per sua natura anti-spettacolare
FILIPPO CECCARELLI

La famosa gobba, che al cineasta non è apparsa tale: «Andreotti non ha la gobba, incurva deliberatamente la schiena, incassando la testa dentro le spalle, per comodità». E infine gli occhi: «Li dilata di colpo, senza un apparente motivo, come segno di assoluta imprevedibilità». Quest´ultimo particolare è già tornato utile a Toni Servillo, che dovrà calarsi nel personaggio senza diventarne il sosia. Niente museo delle cere, niente Bagaglino: assonanza, non somiglianza. Prova di trucco di tre ore e mezzo, al termine della quale un autore meticoloso e visionario come Sorrentino si è potuto dire soddisfatto.
E insomma: si può fare un film su Andreotti? Risposta: «Sì, non dovrebbero esserci rischi, i tempi sono maturi». In un certo senso è proprio l´enigma del personaggio a richiederlo. Per usare le parole di Eugenio Scalfari: «La complessità del personaggio Andreotti ne fa anche, se si può dir così, la grandezza. La grandezza dell´enigma». A Sorrentino pare di averlo colto in «un´alternarsi di amabile buonsenso e lampi di clamorosa intelligenza che ti spiazzano e rendono la sua figura indecifrabile. Perché Andreotti fa l´elemosina, ma c´è chi lo teme; incontra Madre Teresa di Calcutta, ma lo chiamano Belzebù. E´ lui stesso a giocare con la propria ambiguità, e tuttavia si percepisce come una persona normale, ironica, distaccata». Dunque un soggetto formidabile.
Inizio riprese a metà giugno. Titolo: «Il Divo». Con qualche pretesa filologica si può aggiungere che fu il povero Pecorelli il primo a chiamare Andreotti «il divo Giulio». La produzione è Indigo Film, Lucky Red, Parco Film più un gruppo francese; pellicola prevenduta a Sky e Medusa Homevideo. Anna Bonaiuto sarà Livia Danese, la moglie di Giulio: «Il loro – spiega il regista – appare un rapporto molto bello e intimo, all´insegna della reciproca ironia». Piera Degli Esposti si calerà nella celebre segretaria, la signora Enea, attraverso la quale Sorrentino si riserva «uno sguardo non politico sulla politica». Si vedranno Cossiga e Franco Evangelisti, lo storico braccio destro che nel momento decisivo non aiuta l´uomo cui ha dedicato l´intera sua esistenza. Altri attori: Giulio Bosetti, Michele Placido, Carlo Buccirosso; Paolo Graziosi farà Aldo Moro.
Perché «Il Divo»? «Perché Andreotti viene in scena come un divo, ma ad un tratto le luci accecanti del palcoscenico si spengono. Per poi riaccendersi, dopo l´assoluzione, ma in modo intermittente e con lampadine un po´ più fioche». Dell´interminabile vicenda il film copre un arco temporale ristretto, ma concentrato nella sua drammaticità: dalla fine del suo settimo governo (aprile 1992), alla vigilia del processo di Palermo. In mezzo c´è la mancata conquista del Quirinale, la strage di Falcone, il colpo delle accuse di omicidio e associazione mafiosa; quindi la disperazione, la malattia, l´insonnia, così intensa da trasmettere sul piano dei silenzi, del buio e dei chiarori di una Roma che vede l´ennesimo crollo di un potere. Sullo sfondo il tarlo che Montanelli espresse nell´interrogativo: o Andreotti è il più grande perseguitato, o è il più grande criminale di questo paese. «Comunque un frammento di storia – secondo Sorrentino – che consente di raccontare noi stessi e il presente».
Metafore, visioni, flash-back. I modelli di riferimento sono Martin Scorsese e Oliver Stone; per quanto riguarda l´Italia, «la lezione di Rosi e di Scola, con le urgenze e le priorità che il cinema ha ancora il dovere di porre agli spettatori». Ma Il Divo non è un film a tesi: «Sistematizza i fatti, muovendosi lungo canali d´imparzialità oggettiva. Non mi interessa di prendere posizione, tocca allo spettatore risolvere, se ci riesce, l´enigma andreottiano».
L´unica licenza riguarda il caso Moro: «Mi sono permesso di creare un rapporto a distanza, ininterrotto». Risuonano terribili le parole dello statista ucciso. Quelle più dure nei confronti di Andreotti, «gelido e chiuso nel suo cupo sogno di gloria», con quello spaventoso presagio: «Lei passerà alla triste cronaca che le si addice». Ma anche le parole dolci rivolte dal prigioniero al nipote Luca. La chiave interpretativa è che dietro il pudore, l´imperturbabilità e perfino la cinica maschera andreottiana si celi un autentico dolore». Forse anche un inestinguibile rimorso: «Qualcosa che non lo molla mai. Moro è la sua vera emicrania, anche se lui ce l´ha da prima».
La sfida artistica consiste nel rendere in immagini un mondo che per sua natura e vocazione è anti-spettacolare. E di farlo nel tempo rapido e scintillante della tv: «La Dc – per intendersi – non è la Costa Smeralda, ma una ragnatela di rapporti astrusi e di sfumature impalpabili. Lo stesso protagonista è fermo, vive seduto. Si tratta di movimentare ciò che è statico». In questo un aiuto può venire dalla musica che non sarà sinfonica, ma irta di suggestioni rock e anche punk. Visto e ascoltato da vicino, Andreotti continua ad offrire arcani che forse si disvelano fuori del tempo e dello spazio. Una contraddizione vivente che almeno al cinema si può risolvere nel suo doppio e nel suo contrario.

Mi ha fatto tornare in mente un passaggio dall’ultimo libro di Vitaliano Trevisan, Il ponte. Questo:

"E non è mia intenzione raccontare una storia: il mondo ormai soffoca nelle storie e nelle cosiddette narrazioni, e tutto è storia e narrazione, a prescindere dal contenuto. Nel paese che mi ostino ancora a chiamare mio, ma che non è mai stato mio, la cosa assume aspetti perversi. C’è gente che ha fatto fortuna raccontando storie di delitti e di stragi, più o meno di stato, che di continuo vengono raccontate e ricostruite e narrate fin nei più piccoli dettagli, senza per questo arrivare mai a mettere la parola fine. Così, pensavo, non si fa che ri-costruire e ri-raccontare la storia di un fallimento, sempre lo stesso, che è il fallimento collettivo di una nazione che è crollata su se stessa e non ha saputo far altro che aggiungere rovina a rovina, che non ha saputo nemmeno consolidare quelle rovine che, nella maggior parte dei casi, addirittura non riesce a percepire come tali, che dalla storia, e dalle storie, non ha mai saputo né voluto trarre insegnamento, ne ha mai voluto soffermarsi su quella costante, quella sì una cosa da ricordare, che hanno in comune tutte queste storie e queste narrazioni, ovvero l’assenza della parola fine. In una parola, pensavo, l’assenza del colpevole. Anche coloro che sono stati dichiarati colpevoli, dopo un po’ non sono più colpevoli…."

Intanto, nella mia testa: le parole RICONCILIAZIONE  e APOCALISSE (una recensione di Michael Chabon a The road, di Cormac McCarthy, sulla New York Review of Books).

PS. Sulle PAROLE DA SALVARE, qui.

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3 commenti on “”

  1. DevilsTrainers ha detto:

    sono curioso di vederlo, questo film di sorrentino. perché le sue parole qui riportate mi hanno inquietato. per esempio usa la parola “assoluzione”. non è stato assolto! solamente il reato è caduto in prescrizione, ma la corte di cassazione “Rigetta il ricorso del Procuratore Generale e dell’imputato e condanna quest’ultimo al pagamento delle spese processuali”.
    e poi… non è così misterioso, come personaggio: “In definitiva, la Corte ritiene che sia ravvisabile il reato di partecipazione alla associazione per delinquere…”
    c’è una lunga sentenza che dice un sacco di cose. possibile che sorrentino non se la sia letta?
    poi, il fatto di volerlo rappresentare con sensi di colpa, sofferente, “giorni neri”… non si affanni. si sa che il Divo non è un essere umano.

    p.

  2. ghiaccioblu ha detto:

    appunto.
    “anche dichiarati colpevoli, dopo un po’ non sono più colpevoli.”

    s.

  3. commazero ha detto:

    ….ed il fatto che noi trentenni italiani guardiamo lo spettacolo cinematografico del gobbo assolto perchè il tempo é corso abbondante a lavare il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (416bis c.p. – introdotto nel 1982 grazie a pio la torre, remember?) è ‘NA BRUTTA COSA…


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