intransigenze_calleuno
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Un dialogo tra Ulf Peter Hallberg e Robert Menasse

U.P.H. "Esiste una specie di cannibalismo del soggetto; se non riesci a uscire dai tuoi pensieri coatti, a superare le tue nevrosi attraverso la scrittura, se non puoi canalizzarle in un flusso narrativo, ti ritrovi un giorno come un cadavere che galleggia, morso e decomposto."
R.M. "E’ il cannibalismo degli scrittori, cioè l’essere divorati da se stessi. Bisogna cibarsi di qualcos’altro. Io devo sfamare il cannibale che è in me esplorando temi che non siano collegati alla mia persona. Devo uscire da me stesso."
"IO SCRIVO IN TERZA PERSONA SINGOLARE", urla improvvisamente il flaneur. "MI DA’ UN SENSO DI SICUREZZA. SPERO DI NON DOVER MORIRE PRESTO."

U.P.Hallberg, Lo sguardo del flaneur, Iperborea, 2002

Ho scritto una sola volta in una prima persona singolare vera: ho l’impressione di non aver mai mentito tanto. Come il flaneur, IO SCRIVO IN TERZA PERSONA SINGOLARE. E ho da sempre la sensazione che quel pronome personale, IO, sia il più fallace di tutti.

*(L’autobiografia è la malattia mortale della letteratura? L’egocalisse: una riflessione di Tiziano Scarpa, qui.)

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6 commenti on “”

  1. lilith70 ha detto:

    mah, io non sarei così categorica. mettere ‘io’ piuttosto che ‘egli’ non cambia nulla. scrivere ‘io’ non significa fare automaticamente autobiografia.

  2. ghiaccioblu ha detto:

    lilith: infatti. era (anche) questo che intendevo dire. chi è che parla, quando si dice ‘io’?
    s

  3. Batsceba ha detto:

    credo che l’esigenza di scrivere sia lontanssima dall’autobiografia. si scrive per dimenticarsi. però la prima la seconda (credo sia bellissimo scrivere parlando con un tu…) o la terza persona diventano solo un vestito per esprimersi. ed è quello che scrivi che sceglie il vestito.
    siamo circondati da autobiografie… anche nei blog
    peace

  4. lilith70 ha detto:

    batsceba: non bistrattiamo così l’autobiografia :-). non credo affatto che sia lontanissima dall’esigenza di scrivere. pensiamo – è la prima che mi viene in mente – alla Duras che per tutta la vita ha scritto di e su se stessa anche quando apparentemente sembrava non farlo.
    quando il dato autobiografico esce dal contingente e diventa assoluto, diventa paradigma, il resto perde di importanza. certo, bisogna che lo diventi, paradigma, se no non è più ‘autobiografia’ ma diario.

    simo: è chi è che parla quando si dice ‘egli’? se non basta dire ‘io’ per fare autobiografia, non basta nammeno dire ‘egli’ per entrare totalmente inuna vita non tua e in una storia non tua.

    bacio 🙂

  5. japa ha detto:

    come se il mare si aprisse
    e mostrasse un nuovo mare-
    e questo-un altro-e i tre
    fossero il semplice preludio

    di una continuità
    di mari irragiungibili dalle sponde-
    e fosse un mare d’altro mare riva-
    questa è l’eternità-

    emily dickinson

    questo è l’io.c’è sempre ego.anche se non si scrive in prima persona.ha solo un sapore più amaro scrivere di sé con un pronome personale soggetto.perchè si deve lasciare andare le proprie emozioni..e l’ego ha paura.si sente falso.

    giochi della mente
    c

  6. utente anonimo ha detto:

    autobiografia… io…
    vi dice niente il conte Giacomo Leopardi?


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