IDENTITA’ MUTANTI

jenny_savile_passageJenny Saville, Passage

Segnalo un articolo di Luca Scarlini (D di Repubblica di un paio di settimane fa, si trova qui) dal titolo Identità mutevole. Comincia così: John, mi chiamo John. Così dichiarava una grande scrittrice inglese, Radclyffe Hall, negli Anni Trenta, con i capelli schiacciati alla Cary Grant, indossando un perfetto completo a doppio petto, su cui spiccavano però un braccialetto di strass e un anello imponente. Il suo romanzo, Il pozzo della solitudine, aveva suscitato uno scandalo enorme, destinato a non estinguersi rapidamente; qui si raccontava la vicenda autobiografica di una ragazza dell’alta società che scopre, giorno dopo giorno, la sua repulsione per gli abiti e le attitudini femminili, che i genitori si aspetterebbero da lei, e che sceglie infine di vivere in disguise mascolino, secondo una sequenza di travestimenti sempre più perfetti e inquietanti. In questo caso la scelta corrisponde a un intimo sentire, che rifiuta categoricamente un’appartenenza di gender (…)
Un pulviscolo di collegamenti mentali si è sollevato dentro la mia testa mentre leggevo: ho ripensato a Ed Wood, il vituperato  regista di  B-movies (Glen or Glenda) immortalato nell’omonimo film di Tim Burton, un uomo bizzarro, che adorava i golfini d’angora e nel travestitismo sfogava innocui pruriti infantili. Mi è tornata in mente Colette, che adorava vestirsi da uomo. E ancora, ho ricordato Orlando, il romanzo più strano di Virginia Woolf, nel quale un giovane attraversa le epoche mutando sesso, e dunque a Vita Sackville-West, l’Amazzone, amica-amante di Virginia. E a Djuna Barnes. E giù a scendere. Fino a David Bowie. Ru Paul. Grace Jones. Helena Velena. Tutti personaggi che non sopportano la costrizione in un gender definitivo, che non possono tollerare di essere rinchiusi in uno stereotipo: maschile femminile omossessuale che sia. Gente che probabilmente detesta il potere in tutte le sue forme. Perché il potere è questo che vuole, è di questo che ha bisogno: limitare, delimitare, per poter controllare. Ho ripensato anche al machismo disperato di Hemingway, alla sua ossessione per sbronze, cazzotti, armi, avventure estreme che contrastava (a quanto si evince dalle testimonianze delle sue innumerevoli mogli e amanti) con una virilità un po’ fragile e alla terribile storia del suo figlio minore, Gregory, che a un certo punto della sua vita decise di cambiare sesso e prese il nome di Glenda. All’artista francese Orlan, che intorno alla decostruzione dell’identità (e non solo sessuale, ma anche etnica, ed estetica) lavora da decenni. Fino ad arrivare a una bambina costretta negli anni Settanta a scegliere tra un costume di carnevale da damina (rosa, che schifo) uno da contadinella (a fiorellini, che schifo) e uno (più neutro) da Arlecchino (ma con la gonna, che schifo): quella bambina aveva un unico sogno, a cinque anni: vestirsi da Zorro. Disegnarsi i baffi col Kajal. Avere una spada appesa al fianco e lanciarsi in avventure violentissime con il suo gruppo di fidati compari (tutti maschi e vestiti da pirati o da Corsaro Nero). Dovette ripiegare sull’Arlecchino-femmina perché negli anni Settanta, nonostante sua madre fosse una fricchettona con gli zoccoli che leggeva Erica Jong e declamava a destra e a manca le regole auree del Dottor Spock in materia di allevamento-bambini, ancora non si era pronti a mandare a una festa di carnevale una bambina vestita da maschio. Quella bambina ero io. E non ho smesso di desiderare un vestito da Zorro, così come non ho smesso di sognare il mio gioco preferito dell’infanzia (l’accerchiata del generale Custer messa in scena in un campo, di preferenza al tramonto), non ho smesso di preferire (con le dovute eccezioni per donne bizzarre che detestino lo shopping e non parlino di pappine) la compagnia dei maschi a quella femmine, e non ho smesso di desiderare un mondo dove ciascuno possa essere quello che è, un mondo senza tirannidi sessuali, estetiche, identitarie. Questo non significa che io non sia contenta di essere una donna. Non significa  nient’altro che un desiderio di ribellione a un potere esterno, a un giudizio etico-estetico che cala dall’alto e da lontano, come una mannaia. Odio del conformismo. E delle trappole dell’identità. Siamo tante cose in una. Siamo uno e siamo centomila. Siamo come acqua che scivola tra le dita. E hai voglia, a cercare di stringerla….


PS Segnalo anche questo libro fondamentale di Francesca Alfano Miglietti, Identità mutanti.

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17 commenti on “”

  1. contenebbia ha detto:

    A chi mi sa dire con quale pseudonimo femminile Luca Scarlini firmava gli “Harmony” ci regalo un golfino d’angora. Mia Nera Signora, come mai non ti si vede più tra i velluti del mio Teatrino?

  2. ghiaccioblu ha detto:

    sapevo che sarebbe bastato scrivere “golfini d’angora” e il Conte per magia sarebbe riapparso…

    s.

  3. lilith70 ha detto:

    io da bambina a carnevale mi sono sempre vestita da maschio. mio padre mi portava a pescare, infilzavo lombrichi nell’amo senza batter ciglio; una volta di nascosto da tutti a un poligono di tiro mi ha messo la sua pistola in mano e mi ha fatto sparare – mi teneva lui, se non col rinculo chissà dove finivo. con i miei cugini maschi giocavamo con le macchinine, a calcio, con le spade e certe sfracellate in bicicletta che te lo dico. a undici anni le mie compagne andavano tutte a danza classica invece io preferivo starmene a piedi nudi su un tappeto da karateka. mio padre voleva un maschio e a mia mamma non è mai fregato una beata fava di come andavo vestita o di quello che facevo. bel periodo, quello. secondo me se ci conoscevamo da piccole ci saremmo divertite un sacco.

  4. Achille81 ha detto:

    Dovremmo accettare tutti il fatto che non tanto il genere quanto tutto l’ insieme di valori che la società ci ha costruito sopra ( sesso debole-sesso forte, razionalità-sentimento e così via ) sono strutture successive, piccole violenze quotidiane differenti a seconda dell’ organo genitale che ci è capitato.
    Sono come vestiti che ciascuno di noi crede di scegliere col proprio gusto anche se in realtà anche quello è stato modellato dall’ esterno.
    Magari alcuni di noi ci stanno comodi in quei panni, altri no …e con quali spettacolari risultati !

  5. Ilmarinaio ha detto:

    tra i film di culto bisogna citare anche: “Priscilla, la regina del deserto”, film australiano con un giovane Hugo Weaving. da vedere.
    sono d’accordo anch’io sul fatto che tutta una serie di forze (che potremmo per convenzione chiamare potere, sistema, etc.) ci voglia riconoscibili, inquadrabili. sono convinto che tutto questo ci voglia anche riconoscibili esteticamente in uno dei due stereotipi: conformista/alternativo. invece esteticamente, bisogna ibridarsi, inflitrarsi, contaminarsi, non pietrificarsi in un cliché.

  6. utente anonimo ha detto:

    si, achille81, risultati spettacolari: guardami! a parte le battute, assolutamente d’accordo ‘piccole violenze quotidiane’.

    s.

    Ilmarinaio: e Hedwig, allora?

  7. utente anonimo ha detto:

    lilith: e infatti siamo amiche, anche se ci scanniamo (o forse proprio per questo?) volentieri. la prima volta che mia madre mi portò (con la forza, ché a otto anni basta sparare e menarsi!) a giocare con le bambine, lo spettacolo agghiacciante di queste nane con le scarpe di vernice e la messa in piega a boccoli che giocavano a ‘fare la mamma’, mi provocò un istantaneo – e durevolissimo- odio nei confronti della procreazione. sì, le avremmo sfracellate di botte.

    s.

  8. Achille81 ha detto:

    beh, però dimenticate due grandi film. Il capolavoro “Rocky Horror Picture Show” e un piccolo gioiello come “La mia vita in rosa”.

  9. ghiaccioblu ha detto:

    “La mia vita in rosa” è uno dei film che mi hanno fatta piangere di più in assoluto, quel bambino è di una dolcezza infinita…

    s

  10. L’identità dovrebbe essere una cosa che ciascuno si sceglie di volta in volta, secondo i propri interessi e le proprie convenienze. L’identità dovrebbe essere una maschera, non un marchio che ti porti stampato addosso a vita, manco fossi un prigioniero di Auschwitz. Ripenso sovente alle (per me, sante) parole di Sennett: “Portare una maschera è quella attività che ci consente di vivere al riparo gli uni dagli altri, e tuttavia di fruire della reciproca compagnia. Portare una maschera è l’essenza della civiltà”.

    Ma forse io sono di parte, visto che ritengo che la capacità di mentire bene, di produrre menzogne ben raccontate, sia la prova definitiva dell’intelligenza di una persona.

  11. ghiaccioblu ha detto:

    già…il poeta è un fingitore…
    e poi, mentire… mentire non somiglia forse a rivelare, volta per volta, parti di sé, nascondendone altre… in quanti siamo, QUI dentro? Quante, le voci che parlano, attraverso di ME?

    benvenuto.

    s

  12. Senz’altro.

    C’è una teoria, quella che la nostra mente sia divisa in tanti sé (non è mia, eh: i riferimenti sono Thomas Schelling e Jon Elster, economista il primo, filosofo il secondo). I sé si alternano al comando durante la giornata, suscitati dalle circostanze in cui ci troviamo. Ogni sé hai suoi tratti e i suo interessi particolari. Sono tanti, questi sé.
    C’è un sè preoccupato dell’esistenza materiale, che si chiede se guadagnerà abbastanza per pagare il mutuo.
    C’è un sé riflessivo, che esamina se stesso e cerca spiegazioni di ciò che accade.
    C’è un sé iracondo, che scatta quando qualcuno lo offende o tenta di sottrargli ciò che ha.
    C’è un sé sessuale, quello che, parlando di me che sono un uomo, pone gli occhi sul culo delle donne per strada e tutto il resto. Eccetera.

    Questi sé sono indipendenti. Per quanto siano sé della stessa persona, non si assomigliano. Per dire, sappiamo che uno può essere prudente nella vita materiale, e spericolato nel sesso; lucido quando esamina se stesso e ottuso mentre ascolta gli altri. Per dirla con le tue parole: lì dentro dovestre essere in tanti, e tutti parlano con la tua voce.

    Diciamo dunque che la menzogna, oltreché uno strumento di convivenza sociale, può rivelare qualcosa su chi la racconta: sovente fa emergere un sé “specifico” a discapito degli altri.

  13. ghiaccioblu ha detto:

    Mah…questa teoria è affascinante ( Pessoa già l’aveva pensata, a modo suo) ma io continuo a vederla come il grande vecchio (Jung): in qualche modo, tutti quei sé, vanno a ricomporsi (oddio, ricomporsi…meglio a rimescolarsi, litigare, delirare) in un pentolone unico, una specie di minestrone dei sé- minestrone non frullato, dove riconosci ogni singolo pezzo, e una rondella di zucchina non è un cubetto di patata e non è un fagiolino e non è un pisello, ma insieme danno comunque un minestrone, che ha un sapore che non è carota, zucchina, patata o pisello, ma è appunto minestrone-.
    sulla ‘storia della bugia’, e sulla sincertià, ci sono due bellissimi saggi di Andrea Tagliapietra: Filosofia della bugia, Mondadori e La virtù crudele-Filosofia e storia della sincerità, Einaudi. Da leggere.

    ciao
    s.

  14. Achille81 ha detto:

    Così, tamto per rimanere nel tema della violenza quotidiana, pensiamo a Matteo, 16 anni, di Torino che si è buttato dal quarto piano perchè a scuola gli dicevano “tu sei gay”.
    Se lo portano sulla coscienza i Ruini, i Bagnasco, le Binetti. Se Dio esistesse dovrebbe fulminarli sul momento….

  15. DevilsTrainers ha detto:

    già… se dio esistesse…

  16. ghiaccioblu ha detto:

    Caro Achille81, sì, che schifo. Ma il mio schifo si estende a tutti quelli che pretendono di sapere qual è la Via. Visto che la Via non esiste, ma esistono solo delle strade, e ognuno dovrebbe esser libero di scegliersi la sua, e di scegliersi anche a che cazzo di andatura procedere, porca miseria!

    DevilsT: e chi può saperlo per certo? Magari esiste! 😉 Una qualche specie di. Io a volte me lo immagino a forma di protozoo flagellato…

  17. PietroFratta ha detto:

    Se Dio avesse voglia di recitare la parte di Zeus, forse fulminerebbe tutti; magari non interamente: la mia patata, il fagiolo dell’altro, la carota di un’altra. Una parte di. Con l’autorità di una specie di.
    A questo punto, qualcun altro potrebbe incolpare Will & Grace per aver ispirato un senso d’inferiorità a quel ragazzino. Assurdità attira assurdità.

    Ma meglio ancora sarebbe non additare. Tanto per.


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