Io mi adatto alle cose malmesse. Intendo dire che non mi piace metter in ordine le cose. Se qualcosa non è a posto di fronte a me, io non la metto a posto. Mi metto a posto io.

Diane Arbus

Mi addormento guancia a guancia con il gatto, il ron-ron tiepido nell’orecchio, dieci minuti di buio in pieno giorno. Intorno a me, il mondo di colpo è in bianco e nero, il bambino con la bomba in mano mi guarda -muto, gli occhi sbarrati- poi arrivano le gemelle, la ragazzina down con la corona di carta che le aureola la testa, le tre nane a braccetto, il travestito dolente con le calze di seta, e quattro esseri indefinibili con maschere di cartapesta che gli nascondono il volto. Un racconto di Flannery O’Connor filmato da David Lynch. C’erano bocche senza denti, occhi storti, bambini tristi e vecchi pazzi. E una ragazza con lo sguardo inquieto che scattava una foto a se stessa riflessa dentro uno specchio, nuda, mutande candide da bambina su un corpo  diventato adulto da poco. Diane Arbus. Il mito. La maledetta. La cacciatrice di mostri. La suicida. Mi sono svegliata di scatto, il libro aperto sul lato del letto che chiamo ‘la parte di colui che grazie al cielo mai arriverà’. Un cerchio di grafite intorno a quella frase in esergo. Peccato, perché era un mondo in cui sarei rimasta ancora volentieri, già mi ero adattata, nessun desiderio di mettere in ordine niente, a parte aggiustare il tiro del mio, di sguardo. Avrei voluto sentire cosa avevano da dirmi tutte quelle strane persone, ognuna la sua storia, ognuna una diversa intuizione del Mistero. Dell’Ombra.

Raccontano che alla prima esposizione delle fotografie di D.A. qualcuno sputò sulle stampe, indignato: cerchi l’orrido, la trasgressione fine a se stessa, hai il gusto dello scandalo, sei morbosa.

Sì, era morbosa, Diane Arbus. Cercava se stessa nella deformità, nella follia, nella normalissima – straordinaria- bruttezza, aveva occhio per le sproporzioni, orecchio per le dissonanze (era smisurata, nell’impero delle misure, come scriveva Marina Cvetaeva) e probabilmente, quando si guardava allo specchio non vedeva il volto d’angelo triste che si portava appresso come una condanna. Lei era dall’altra parte. E conosceva l’abisso del suo cuore. Per le strade andava in giro a cercare i suoi simili, quelli che l’abisso lo portavano stampato addosso, evidente. L’hanno definita fotografia della deriva, la sua. Pedinava i suoi soggetti, ma non li spiava, non li fotografava di nascosto, chiedeva il permesso e loro si mettevano in posa per lei. Chissà se le si affidavano perché sentivano che dentro, lei era come loro…

Non c’è pietà, nelle foto di Arbus, non c’è giudizio, è questo che ho pensato riprendendo in mano il libro, c’è empatia, condivisione, e indecenza, nel senso più alto del termine. C’è ossessione. C’è il tentativo di sovvertire le regole della visione, di ribaltare lo sguardo.
 
“La fotografia quasi sempre è complice dell’umanitarismo d’accatto” scrive Bertelli. Le foto di Boris Mikhailov che ho postato qualche giorno fa credo che vadano nella medesima direzione di quelle della Arbus. Non c’è l’odioso umanitarismo d’accatto, non c’è pietà. Non si tratta di cronaca. Non si parla di bene o male astratti. Si parla di vita. Di esseri umani. Di empatia. E di indecenza. Perché la decenza –e la convenienza, e il decoro- è quanto di peggio ci si possa augurare. Nell’arte. E nella vita.

(Morboso: Obiettivamente anormale e assurdo, opprimente e talvolta addirittura ossessivo.

Indecente: Apertamente contrario a un conveniente e decoroso rispetto della propria o altrui dignità.)

Devoto-Oli, Dizionario della lingua italiana.

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7 commenti on “”

  1. lilith70 ha detto:

    bellissimo post. e sono d’accordo. su tutto. eppure in lei, nella arbus, non ci vedo compiacimento, morbosità come in B.M.

    morbosità: esasperazione capace di provocare la deformazione e il travisamento dei limiti naturali o morali di un fatto (sempre dal devoto-oli).

    penso alle foto di J. E. Atwood, quelle sui ciechi, sui dementi – te lo ricordi? lo presi a roma l’anno scorso quando siamo andate a vedere quella mostra insieme a trastevere –
    oppure alle foto di depardon sui manicomi – è solo un esempio- ma anche loro mettevano in posa davanti all’obiettivo, anche le loro foto sono disturbanti – andres serrano, anche – eppure io non ci trovo morbosità qui, ‘defomazione’, ‘travisamento’ col solo scopo di colpire l’attenzione. in B.M la cosa che mi ha infastidito, è stato questo. non il corpo martoriato in sè, ma l’uso di quei corpi. il fatto che quella è la sua gente non importa. perchè denudarli?

  2. DevilsTrainers ha detto:

    per l’altra faccia della stessa medaglia cfr. “Fucked Up” (Bur futuropassato), a cura di Gianluigi Ricuperati, postfazione di Marco Belpoliti.

  3. kiaracopek ha detto:

    incredibili le foto
    inquietanti
    perfette

    grazie.
    kiara

  4. roquentin ha detto:

    Empatia dell’indecenza. Lettura vera e ardita della Arbus.

    OT: parlo di te (con un accenno) nel mio blog.
    Benvenuta nella blogosfera.

  5. ghiaccioblu ha detto:

    Per LIlith: e se fosse che il ‘limite’ si sposta? e se fosse che per fare ‘vedere’ qualcosa devi necessariamente alzare il tiro? Forse, se Diane Arbus lavorasse oggi, ai suoi soggetti chiederebbe di spogliarsi: d’altronde, l’aveva già fatto…su Serrano non sono assolutamente d’accordo (ho amato molto un suo lavoro, Morgue, nel quale apparivano dettagli di cadaveri selzionati in base al tipo di morte… legato all’iconografia classica…ma Serrano è assolutamente un provocatore, uno che cerca lo scandalo, la provocazione, che ‘costruisce’. (bè, ci torniamo, questo è un tema gigantesco). Tra l’altro: se B.M. non te li facesse vedere, quei corpi, tu (io, noi) cosa sapremmo di cosa accade a un corpo in stato di povertà assoluto, che vive per strada a meno venti gradi, un corpo che non sa cosa siano cure mediche e figuriamoci estetiche? Cosa ne sapresti di un corpo malato ‘d’abbandono’, e di disperazione?

    Per Devilstrainers:
    non l’ho letto ma so di cosa tratta: quelle però sono immagini di crimini di guerra scattate da soldati, spesso con i telefonini o con macchinette digitali, non sono fotografi professionisti…certo, si tratta del ‘limite’ del rappresentabile, ma da una prospettiva differente…

    Ciao Kiara! Non è che lunedì vieni a vedere il Koltès di Adriatico ai Teatri di vita? Io prenoto i posti adesso… Non mi sono dimenticata del 28 aprile…cercavo di prender tempo che non so se sarò in Ucraina…

    Roquentin: piacere. Ti vengo a ‘trovare’. 🙂

  6. lilith70 ha detto:

    hai ragione: è un argomento gigantesco. elaboro il mio pensiero su B.M e poi ti dico. Buon weekend, allora… :-)))

  7. ilgiovaneHolden ha detto:

    già…ad esempio da tre giorni ho in mano una foto che prosciuga.
    (leggendo gli ultimi post volevo solo dire che ero io l’anonimo non voluto ma per noia che elogiava e lo farò sempre i racconti “Cose” e “cortile”.


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