BORIS MIKHAILOV. E’ stato al MOMA di New York l’anno scorso che ho visto le sue fotografie per la prima volta. Non avevo ancora idea di quanto quelle immagini che guardavo a bocca aperta, la testa inclinata e la schiena un po’ curva, si sarebbero incastrate nella mia immaginazione. La serie si chiamava U zemli – On the ground (1991). La città raccontata da quelle immagini color seppia, schiacciate al suolo -appese molto in basso, per scelta dell’autore, in modo da costringere chi guarda a una fatica percettiva, a fare uno sforzo verso il basso, farsi piccolo, a scendere a livello del terreno- era Kharkov city. Ucraina. Sul taccuino avevo scritto:  Ricordatelo, ricordati questa fatica nello sguardo. Questa postura innaturale alla quale ti costringe e che ti fa guardare con più attenzione: ti fa sentire qualcosa che altrimenti non sentiresti. Come applicare questa cosa alla scrittura? Boris Mikhailov – see also Case History.


Case History è una serie di circa 400 fotografie. A tratti insopportabili. Documentano lo stato di una parte di popolazione dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Immagini che parlano di povertà, disperazione, alcolismo. Senza filtri. Sono i corpi a parlare. I tatuaggi. Le gengive sdentate, la pelle avvizzita, le cicatrici. Il tempo che si incide sui corpi. La malattia. La morte. La verità.


On the one hand, for myself personally, I understand that taking pictures of poverty was my professional and civil duty. On the other hand, I accept traditional clichés about  ‘not using others’ grief" But what does "others’ grief"  mean? And how must a photographer behave?
 B. Mikhailov

Da un lato, per quanto mi riguarda personalmente, io so che fare fotografie per documentare la povertà era mio dovere civile e professionale. Dall’altro, accetto anche quei clichés tradizionali che dicono che non si dovrebbe usare il dolore degli altri. Ma cosa significa ‘dolore degli altri? E come dovrebbe comportarsi allora un fotografo?
B.M.

E uno scrittore? Dovremmo restarcene muti a guardare? Oppure distogliere lo sguardo, tapparci la bocca, parlar d’altro? Mi è tornata in mente Christa Wolf, stamattina, e quella sua domanda, che è anche mia, e che da anni mi perseguita :

"Ma dove comincia il maledetto dovere di chi scrive -il quale, che lo voglia o no, e’ un osservatore, altrimenti non scriverebbe, ma combatterebbe o morirebbe- , e dove finisce il suo maledetto diritto?"
C.W., Trama d’infanzia

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17 commenti on “”

  1. Raqqash ha detto:

    Non capisco il perché di questo interrogativo. La differenza tra “usare” il dolore altrui o no sta nell’atteggiamento. Se lo faccio con sincerità, è appunto una civil duty. Se lo faccio come fanno di solito i nostri media, è avvoltoiaggio.
    A questo ci han portati, a dubitare della nostra stessa buona fede…

  2. Batsceba ha detto:

    ciao, capitata qui inseguendo christa.
    e ritrovo un amico, buffo.
    quella frase di trame d’infanzia l’ho appuntata sul computer.
    peace

  3. utente anonimo ha detto:

    Ciao, ho letto che stai scrivendo qualcosa riguardo al Radiotelescopio di Medicina, io sono proprio del luogo, immagino che anche tu sia dei dintorni; mi piacerebbe conoscerti meglio, abbiamo la stessa passione. Tornerò a leggerti, ciao!

  4. stefanx ha detto:

    è vero, le foto sono insopportabili. eppure spingono ad andare oltre, a capire cosa sono diventati quei luoghi, magari a conoscere il destino di quelle persone. in un mondo di tg a ogni ora del giorno e della notte è il linguaggio di una nuova fotografia (ma anche di nuova letteratura, di un nuovo cinema) che ci restituirà – forse – la verità delle cose e degli eventi.
    stefano

  5. erremme ha detto:

    terrificante..senza parole..
    roberto

  6. Achille81 ha detto:

    La domanda successiva è: quanto bisogna lavorare affinchè la scrittura sia un mezzo che riesca a raggiungere i lettori ( che ormai sono quasi tutti ” tre metri sopra al cielo” o rinchiusi ” in castelli di rabbia” ? E poi: ormai gli scrittori non sono forse come naufraghi che guardando la vegetazione bruciare urlano ” al fuoco, al fuoco” su un’ isola deserta ?

  7. lilith70 ha detto:

    perdonami, simo, ma le foto di Case history le trovo pura e gratuita e morbosa pornografia ‘del dolore’. irritanti, più che terrificanti.

  8. Solunto ha detto:

    Rappresentare “l’orrido e l’osceno” è pura forza narrativa, cronaca senza titoli perchè le immagini si raccontano da sole. Ma avverto un disagio, non nelle fotografie che rappresentano uno spaccato, ma bensì nella consapevolezza di impotenza cui si trova un qualsiasi essere umano. Allora un dramma si cele in tutto ciò, aiutare la donna che si denuda facendo di se un fenomeno da baraccone od acquistarle dignita e pietà dandole la possibilità di non essere portatrice di miseria e di fastidio?

    A volte aiutare non significa mostrare. In un epoca di bombardamenti mediatici dove la morte entra a casa tutte le volte che si accende un “tramite” si rischia di farsene un’abitudine (della morte). Allora, basta mostrare… se potessi darei una possibilità a tutti, ma come faccio da solo?

  9. commazero ha detto:

    quelle foto mi sembrano la versione italiana di cinico tv … ma più morbose … un’operazione che non capisco

  10. ghiaccioblu ha detto:

    avete lasciato tutti commenti molto interessanti. proseguono un discorso che in questo momento mi è particolarmente vicino. Intanto vi ringrazio. Vorrei provare a rispondervi tra qualche giorno con un post (datemi il tempo di laurearmi -domani- e torno). Intanto, posso aggiungere una cosa che ho scritto stamattina a Lilith, in privato, ossia che non sono d’accordo con le sue osservazioni: B.M. non è uno ‘straniero’, la gente che fotografa è la SUA gente. I posti che fotografa sono i SUOI posti. ‘Nascosti’ tra quelle persone fotografate ci sono anche lui e sua moglie. Non credo che quella gente si sarebbe fatta fotografare a quel modo da nessun altro. Mikhailov NON è un reporter. La sua non è cronaca. E’ arte. Scandalosa? Non saprei. Per me, documenta uno stato di cose. E se anche quelle persone hanno accettato dei soldi, per mettersi in posa davanti all’obiettivo? Questo, invece di allontanarmi da quelle immagini, me le avvicina ancora di più, ancora più ferocemente mi dice fin dove può spingersi la disperazione. Scrive Susan Sontag: “lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci… esse continuano ad assolvere una funzione vitale. Quelle immagini dicono: ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare, ciò che possono prestarsi a fare. Non dimenticatelo”. Lei si riferiva alle immagini di guerra, ma quella documentata da B.M. non è forse una guerra? Ci torno. Presto. Grazie a tutti quanti per le osservazioni. Davvero.

  11. lilith70 ha detto:

    Per dovere, chiarezza, metto qui la mia riflessione che ti ho scritto nella mail – spero non ti dispiaccia, simo – non vorrei che si pensasse che butto lì giudizi senza rifletterci.

    “Sulle foto di B. M. che hai postato io mica pretendo tu sia d’accordo :-))) Quello che ho visto io è una messinscena morbosa. Il limite di quello che si può mostrare non c’entra, è il suo sguardo che non mi piace. L’indugiare morbosamente su corpi smagriti, cazzi, tette non mi racconta, non mi mostra, non mi dice nulla su quella gente, sulle loro condizioni, sul disagio, sulla povertà. Mi dice che lui li ha messi in posa, ha spettacolarizzato, utilizzando il corpo – la trasgressione del corpo – in un modo che io trovo un po’ banale. L’occhio si ferma lì – a mio parere – e non vede l’intenzione, non va oltre. Quelle foto scardinano il dato reale, oggettivo, lo offuscano, gli sottraggono forza, potenza. Non so se mi sono piegata.
    La domanda che mi faccio io è: non è tanto il limite di quello che si può mostrare,ma quale il modo più efficace, che non sia costruito, mediato?”

    Dibattito interessante, aggiungo. Su cui rifletterci.
    Un bacio
    d.

  12. commazero ha detto:

    Mi inserisco con l’autorevolezza della più completa ignoranza in tema BORIS MIKHAILOV: le foto non sono tecnicamente originali (e non lo vogliono neppure essere da quel che lui dice) e sono contenutisticamente scioccanti e ciniche per la ricerca della posa in quei poveretti…
    – se questo signore lo ha fatto con il fine di comunicare così la sua arte allora io non capisco una mazza di arte (e fin quì niente di nuovo),
    – se lo ha fatto per fare una denuncia sociale, per comunicare al mondo lo status di un popolo, di un gruppo sociale, allora non ha fatto nulla di nuovo (vd foto dei bambini minatori in messico, vd foto dei popoli amazzonici che combattono contro le ruspe ecc…),
    – se lo ha fatto perchè ritiene la scrittura insufficiente a descrivere certi temi vuol dire che é lui che non ha capito una mazza e ne sarei pure contento…:-)
    Ugh, ho detto…..e adesso slavinatemi!!!

  13. utente anonimo ha detto:

    TUTTO è costruito, lilith, TUTTO è mediato. sia che si tratti di arte che di cronaca. C’è sempre un occhio che guarda ( on orecchio che asolta) seleziona, circoscrive, dà colore. Sempre. L’oggettività pura non può esitere. Forse, allora, è questione di sensibilità. Per me, la strada di questo Signor fotografo è una strada giusta. A volte, disturbare è la cosa più grande che l’arte possa fare. Dar fastidio. Irritare.
    Signori, vi comuncio che sono ufficialmente Dottoressa in Lettere. Appena tornata. Purtroppo, al contrario dei miei colleghi non avevo una Nonna o qualsiavoglia parente vicino o lontano da esibire. Neanche un amico. (Brutti stronzi.) Ma ho ricevuti i ringraziamenti dalla Presidentessa di commissione per il mio ‘struggente (e formidabile) lavoro’. Mi hanno addirittura sottratto a viva forza il dvd con la straziante musica di john Surman. Chi passa da Mauri stasera verso le sette e mezza otto verrà ‘mbriacato con un Negroni. Tanto lo so che non ci venite. Perché siete quei B.S. di cui sopra.
    Vado a letto.
    S.

  14. ghiaccioblu ha detto:

    L’utente anonimo qua sopra ero io. 🙂

    PS Ringrazio Valentina Misgur per il fondamentale apporto alla materializzazione delle mie immagini ( non ti dico la tecnologia all’Università di Bologna. Wow! Meno male che il mio correlatore è GGGiovane e mentri gli altri lo guardavano basiti è riuscito ad accendere il pc e far partire powerpoint…).
    Poi ringrazio Roberto e Peter che son gli unici che mi han fatto gli ‘in bocca al lupo’. Ma la corona d’alloro?
    S.

  15. carrino ha detto:

    Auguri Simona. Anzi, Dottoressa Vinci 🙂

  16. lilith70 ha detto:

    simona,qui stiamo ragionando sulle sfumature date alle parole. SO perfettamente che tutto è costruito e mediato – non sono imbecille, scusa ma essere ripresa come una scolaretta idiota mi infastidisce -. SO perfettamente che l’arte deve essere violenta per essere efficacie,un pugno nello stomaco. Ce ne sono di fotografi che mi piacciono proprio per il loro sguardo impietoso sulle cose – qualsiasi sia il tema. Mettiamola così: non per forza mi deve piacere questo qua – per lo meno questo ciclo di foto – che trovo morboso e io lo sguardo morboso sulle cose lo trovo limitante per il MIO gusto personale,la MIA sensibilità. E non esiste una strada giusta in assoluto, un unico sguardo. E non mi disturbano affatto le sue foto – queste foto – mi irritano perchè dal MIO punto di vista – NON MI DICONO NIENTE.
    Rispettalo.Come io rispetto il tuo.

    I brutti stronzi dei tuoi amici non sono venuti perche tu non li hai voluti.
    Ecco, per oggi sono già abbastanza incavolata.

    Ti voglio bene -questo è sempre sottinteso -.
    d.

  17. utente anonimo ha detto:

    non volevo far la lezione a nessuno, deb, figuriamoci. però le parole pesano. soprattutto quelle scritte. non per niente scriviamo. altrimenti parleremmo e basta, no? se scrivi una frase, io la leggo e ti rispondo prendendola per meditata. sei tu che hai scritto, testuale, tre commenti sopra: “il modo più efficace, che non sia costruito, e mediato”. io ti ho risposto. non vorrei star qui a far le pulci. e poi chi è che non ti rispetta???!!! Ho detto solo che non sono d’accordo. A ‘sto punto oserei aggiungere: ecchecazzo, ti tirava mica il culo, ieri?!! :-@@@@

    PS hai fatto male a non venire all’aperitivo, Mat ha dato spettacolo: aveva dei pantaloni di pelle da urlo, le scarpe del Nero, il cappello di Rigo, una maglietta col teschio, e faceva affermazioni neonaziste davanti a un pubblico basito. un perfetto Leningrad Cowboy pronto per scortarmi sino a Kiev (e prendere un fracco di botte, tutt’e due…).

    ghiaccioblu
    S.


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