…doveva fare il vuoto in sé per accogliere quella parola ispirata che viene sempre da altrove…
   Nadia Fusini su Virginia Woolf

Stasera ho scritto le pagine più difficili. Il silenzio interrotto solo dal portone del palazzo che sbatte di tanto in tanto – nessuno che sia dia mai la pena di chiuderlo con gentilezza. Come sempre- e da sempre- mi accade, le pagine, quelle pagine, sono arrivate. Gli occhi si sono chiusi e io sono precipitata dentro la storia. Proprio oggi avevo scritto nel quaderno di appunti che mi pareva di avanzare come un cieco, senza una guida, nel buio più assoluto, i gomiti e le ginocchia che sbattevano dappertutto, ingombrante. Poi di colpo io non c’ero più. Sgravata del tutto da quel densissimo, colloso, infido pronome personale. E’ durata poco o tanto? Non saprei dirlo. Non so mai dirlo con precisione. E’ una sensazione che non somiglia a nient’altro, forse solo a quando, mentre si nuota, si raggiunge l’equilibrio perfetto, e il corpo e l’acqua, e respiro, resistenza e peso, sono la stessa cosa, indistinti. Poi finisce. Si riaprono gli occhi. Si avverte la fatica. Lo scritto è lì. Non si sa più neppure cos’è. E ricomincia il lavoro. Un amico, qualche tempo fa, in una mail notturna, mi ha scritto una frase che continua a risuonarmi in testa (era la risposta a una mia che riprendeva discorsi fatti quella sera stessa, in mezzo al casino di un un bar in via del Pratello strapieno di gente e dal quale ero scappata di colpo). Mentre tornavo a casa camminando veloce, pensavo a Truman Capote e agli anni in cui aveva atteso l’ultima sentenza, quella definitiva, di condanna a morte per P.E.Smith e E.Hickock per poter finalmente mettere le due paroline magiche, the end, in calce al manoscritto di uno dei libri più belli di tutti i tempi, In cold blood, A sangue freddo, oscillando, dentro di sé, tra il lato umano, fatto di amicizia, e di pietà, e quell’altro, quello forse più profondo, fatto di una sostanza gelida e dura come il diamante che gli scrittori – gli artisti?- hanno al posto del cuore, e mi ero precipitata a scriverglielo, per dirgli che sì, gli scrittori a volte – forse sempre- hanno questo lato vampiresco, che può apparire assolutamente cinico, ma, gli domandavo in quella mail, conta davvero se Truman Capote fosse o meno una brava persona nella vita, di fronte a un monumento come A sangue freddo? E poi, non è che proprio con quel libro T. C. ha dato tutto quel che poteva e sapeva dare? In fondo, uno scrittore scrive, è quello a contare, no? E lui, L., mi ha scritto, tra le altre cose: ognuno sceglie quello che vuole raccontare, ed è una decisione politica. Per me questo vale. Non gli ho ancora risposto. E’ da un mese che ci penso senza riuscire a trovare la formula esatta che bilanci questo aspetto –politico– con l’altro, quello che non ha un nome, che ti fa il vuoto dentro, quello sul quale non si ha nessun controllo. Quello che ti costringe a pensare solo a una cosa – che sia il cemento, una strada provinciale, i cantieri, la mafia, la camorra, un amore, una guerra, un’isola, un gruppo di bambini, la storia di una lupa, un ponte su un fiume, un deserto, una particolare vicenda, qualsiasi cosa- per anni della tua vita, che modifica la tua attenzione, il tuo modo di reagire al mondo che ti circonda, di percepire le notizie, di leggere gli avvenimenti. Qualcosa che si impossessa di te e non ti dà pace neanche per un istante. Certo che sì, certo che c’è anche una decisione, una scelta, in quello che si racconta, ma non sono così sicura che quella scelta sia l’avvio, la partenza, l’inizio. E che sia poi quella scelta a farti trovare le parole per raccontare. All’inizio, e anche dopo, c’è sempre qualcosa che viene da altrove, da dove, non saprei dirlo.

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7 commenti on “”

  1. lilith70 ha detto:

    simona, dio quanto mi riconosco. non immagini quanto queste parole,in questo esatto momento della mia vita, siano le esatte parole che ho bisogno di sentire, di ritrovare. c’è un margine impossibile da vedere, decifrare, una costante continua che toglie il fiato e non si può raccontare a nessuno.
    Mi ci ritrovo, qui, nelle tue parole. Lo sai. E in questa mattina di sabato, con gli occhi pesti per aver trascorso una notte impossibile a cercare di piegare ‘questa esatta identica cosa’ senza riuscire nemmeno ad abbattere il muro di diffidenza, ti dico grazie.
    un bacio
    d.

  2. nadezhda ha detto:

    è una sensazione difficile da descrivere a parole, molto bella…che si capisce solo dopo averla provata.
    Mi piace ritrovarla qui, mi manca il “silenzio interrotto solo dal portone”.

  3. Plettroviola ha detto:

    grazie per questo post, certo, io non sono ancora grande come te e deborah, però quel qualcosa che viene sempre da un altrove mi capita spesso di sentirlo e non riuscire a spiegarmelo…
    e prima, quando scrivere era solo un’urgenza lasciata su un foglio, tutto mi sembrava più semplice, ma adesso che su quell’urgenza ci devono tornare e lavorare, adesso a volte ho paura, paura perchè quelle parole mi sembra come se siano scolpite sul marmo…e allora io come faccio, come posso, cancellare, riscrivere, adattare, tagliare, cucire, aggiungere, modificare, allungare…rendere tutto più leggibile…a volte correggere un romanzo mi sembra come subire una violenza…e farla subire ai fogli, a quei fogli (i miei) scritti un anno fa…e tra me e lei (lei che rimarrà solo lei perchè senza nome) ormai non c’è più confidenza…l’ho partorita e lasciata lì, sulla carta, perchè il mio corpo di lei non ne poteva più…e io adesso…adesso devo correggere…e ho dannatissimamente paura…
    grazie, leggere certi post mi rianima, mi sento meno aliena…

  4. utente anonimo ha detto:

    C’è sempre una scelta? Io credo che Capote non avesse scelta, doveva raccontare quella storia.

    p.

  5. Ilmarinaio ha detto:

    bellissima e interessante riflessione. si scrive quello che siamo costretti a scrivere o quello che si sceglie? Cronenberg dice che scrivere è un atto che somiglia al sognare, e non si può processare o giuduicare qualcuno per i sogni che fa. dall’altra parte c’é Calvino, il neorealismo, la funzione -come chiamarla: morale, etica – della letteratura. fare una scelta tra le due strade è secondo me impossibile: sarebbe come amputare una parte di sé stessi per privilegiarne un’altra. si sceglie solo volta per volta.

  6. vmisgur ha detto:

    Anche per me non è una scelta. Perlomeno, non una scelta consapevole.
    A volte è un’immagine sfocata. Se le salto addosso troppo presto si dissolve. Se le volto le spalle resta un buco, la sensazione sgradevole di avere dimenticato qualcosa di fondamentale. Spesso l’unica cosa che posso fare è stare lì, con l’immagine, con il racconto che non c’è ancora, come si sta accanto ad un amico in crisi senza poter cambiare la situazione (il tuo amico Henry Miller diceva: Quando non puoi creare puoi lavorare)
    E poi succede. Seguo i miei appunti e poi non li seguo più, come un aquilone decollato che non ha più bisogno che qualcuno corra sotto di lui come un forsennato, per alzarsi. Sono le parole sulla pagina, sulla carta, sullo schermo. Le parole del racconto mentre il racconto si fa. A quel punto non credo di essere più io a scrivere. Io “sono scritta”.

  7. ghiaccioblu ha detto:

    per P
    scrivere un libro – romanzo, saggio o reportage, non importa- è un processo lungo, a volte lunghissimo, non credo che senza il sostegno di una ‘scelta’: devo e voglio dire/raccontare questa cosa, sia possibile arrivare in fondo. puoi scrivere una poesia, un pezzo, un racconto magari, sotto la spinta di un’afflato’, ma un libro no.

    per il marinaio.

    io sto con Cronenberg, qualunque cosa dica o faccia. ma sono certa che pure nei suoi, di sogni, ci sia una ‘scelta politica’. non è una dicotomia. si avanza per ‘aspera ed astra’. ai sogni, dopo averli sognati, bisogna dare una forma se si vuole comunicarli a qualcun’altro.

    per v.

    H.Miller aveva spesso ragione.


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