"Io credo che anche il mio stile abituale sia molto distaccato – l’emotività mi fa perdere il controllo sulla scrittura: devo liberarmi di tutte le emozioni prima di sentirmi abbastanza cinico da analizzarle e proiettarle e, per quanto mi riguarda, è una delle leggi per arrivare alla vera tecnica…la mia teoria è che uno scrittore dovrebbe asciugarsi le lacrime e esaurire le risate prima, molto prima di cercare di evocare le stesse emozioni nel suo lettore."

Truman Capote, Intervista con T.C., Minumum Fax

Anche per me è assolutamente così. Quando non ci riesco, e non riesco a porvi rimedio, significa che ho fallito. E accade spesso. Anche per questo, appuntare pensieri, immagini, frammenti su un taccuino, un foglio volante, oppure qui, è una vacanza ‘creativa’. Posso permettermi tutta quell’emotività che quando scrivo un romanzo, o un racconto, viene disciplinata e trasformata in qualcosa di ‘deliberato, duro e freddo’. Com’è possibile che quando uno scrittore scrive davvero, al tempo stesso scompaia e sia presente con tutto se stesso in ciò che scrive? Come può essere insieme spietato e trasparente? E annullandosi, essere più che mai? Questo, è una specie di koan della scrittura.

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6 commenti on “”

  1. PaoloFerrucci ha detto:

    Quando mi è capitato di scrivere sotto l’effetto dell’emotività, con l’illusione di riuscire a trasfigurare sulla pagina l’esperienza che ancora ribolliva dentro, ho fallito.
    Perché ciò che ne è uscito era ridondante e non “suonava” affatto come doveva.

    Solo rielaborandolo dopo anni sono riuscito a creare quella distanza e a eliminare le scorie dell’emotività, riuscendo così a creare una forma letteraria. Prima non lo era.

    E’ la distanza, l’elaborazione interna che richiede il suo tempo.
    E’ questo, credo.

  2. fuoridaidenti ha detto:

    Non so. E’ interessante però, lo ammetto. Però non lo so mica. Mai scritto romanzi (e poi ci sarebbe da discutere riguardo, come dire, al topic, a quanto scavi e a quanto inventi e via discorrendo). Però questo concetto del distacco è un discrimine in generale (penso alla musica alla pittura e scultura, tanto per dire). Per alcuni è un processo irrazionale e dettato da un fuoco sacro, per altri è l’opposto. Forse il punto è che non c’è una via di mezzo e basta.

  3. lilith70 ha detto:

    passarci attraverso, prendere su di sè la materia ribollente, e poi allontanarsi e guardarla con distacco. la distanza è inevitabile nella scrittura, ad un certo punto avviene. bisogna metbolizzare, essere ‘vuoti’. l’emotività annebbia, ti fa girare attorno, non ti permette di raggiungere il nucleo, l’osso della storia. riempirsi. e poi svuotarsi. a me succede continuamente. lascio lì. e poi ritorno. quando riesco a vedere ‘l’insieme’, l’incastro lucido, allora so che è il momento.

  4. ghiaccioblu ha detto:

    e’ quella specie di koan, il punto: irrazionale-razionale, fuoco-ghiaccio, essercicompletamentesenzaesserciaffatto. il processo di creazione artistica è un paradosso.
    buongiornoa tutti. a roma il tempo fa schifo anche oggi porca di una… miseria. quasi quasi mi manca bologna. s.

  5. Achille81 ha detto:

    quella del fuoco sacro mi è sempre sembrata una grande cazzata. Per me ci sono immagini, frammenti, la nostalgia di un’ emozione. Il resto è lavoro di ufficio, sedersi al pc e lavorare.
    Sarà poco poetico ma è così.
    P. S: Sei stata sfortunata…in questi giorni roma ha un insopportabile clima “annoiato”…
    comunque buona permanenza…

  6. DevilsTrainers ha detto:

    “Si ha un bel riunire trenta raggi in un mozzo, l’utilità della vettura dipende da ciò che non c’è.
    “Si ha un bel lavorare l’argilla per fare vasellame, l’utilità del vasellame dipende da ciò che non c’è.
    “Si ha un bell’aprire porte e finestre per fare una casa, l’utilità della casa dipende da ciò che non c’è.
    Così, traendo partito da ciò che è, si utilizza quello che non c’è.”

    TAO TE CHING (XI)

    peter


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