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archivio fotografico http://www.piazzagrande.it
                                 

Have you ever lost your way?
Have you ever feared another day?

And have you ever misplaced your mind
watching this world leaving you behind?                                 

Won’t you give a man a home?

Ben Harper, Give a man a home

E così oggi è successo di nuovo. Ero appena uscita dal bar dove vado a bere il cappuccino quasi tutte le mattine quando sono a Bologna, da Maurizio in via Guerrazzi ( al 22). Un bel posto, piccolo, accogliente. C’è sempre jazz, anche alle otto di mattina, e ci vanno gli studenti, i perdigiorno, gli avvocati, i fighetti, ci vanno tutti, perché si sta bene, il cappuccino è denso, le paste buonissime, i panini pure, lui è sempre di buon umore, e perché – almeno per quanto mi riguarda- non manda via i venditori ambulanti a male parole, come fanno quasi tutti gli altri, anzi gli prepara i panini. Avevo i giornali in mano: Repubblica, l’Espresso, e i Fuochi di Mattotti, in tasca mi erano rimasti ottanta centesimi. Niente portafogli. Sotto il portico di via San Petronio Vecchio c’era un uomo di colore, età indefinibile, tra i trenta e i quaranta, giubbotto blu scuro, uno zainetto in spalla. Mi ha sorriso. E io gli ho sorriso. Mi ha rivolto la parola. E io mi sono fermata. (Stavolta sì). Parlava inglese, e parlava veloce. Roland mi pare abbia detto di chiamarsi. Sudafricano, di Johannesburg. "Stanotte", mi ha detto, "ho dormito laggiù, sotto il portico della chiesa, vedi là?", ha indicato il convento di Santa Cristina, dove vado a leggere il giornale quando c’è il sole – ormai la ristrutturazione è terminata-. “Non avevo i guanti, guarda le mie mani, sono blu, mi fanno male, mi fa male tutto”. “E allora?”, gli ho chiesto, cercando di portarlo al sodo. “Oggi vado alla mensa della Caritas a mangiare, mi hanno detto dov’è, sono appena arrivato a Bologna. E’ una città strana. La gente non parla inglese, tu invece lo parli bene”. Forse, ho pensato, la gente fa finta di non parlare inglese, ma non gliel’ho detto. “Ho ottanta centesimi, in tasca. Nient’altro”. “Ma non è questo”, mi ha risposto lui. “Io sono solo qui, nessuno mi rivolge la parola, tu invece mi stai parlando. Posso rubartela, una promessa?” L’ho guardato dritto negli occhi. “Won’t you be my future friend?" Ho sorriso.” Ci siamo appena incontrati, siamo qui, per strada, io non so niente di te, tu non sai niente di me”. “E allora?” Mi ha interrotta, “non è per la strada che la gente si incontra? Le strade sono fatte per questo, cammini e incontri gente, è per  strada che ho incontrato i miei migliori amici, solo che adesso sono lontani da qui. Guardami, guarda le mie mani: ho freddo, sono stanco.” “Ora ti dico un posto dove puoi andare oggi, è un centro diurno, lì c’è brava gente”. Grazie, dice lui, e ripete il nome della via. “E la promessa? Cosa mi dici, di quella promessa?” “Ascolta, io sono una donna, tu sei un uomo, ok? Ci siamo incontrati per strada, non so niente di te, lo capisci che devo…” “lo so”, finisce lui la frase per me, “you have to be careful, I know.” Mi prende una mano tra le sue e sorride. “Grazie, per avermi parlato”, dice. Poi si volta, e se ne va. Io resto lì a guardarlo andare. E intanto penso alle due stanze quasi sempre vuote della mia nuova casa, penso al piumino buttato su un letto con ancora il cellophane sopra, penso al caldo bestiale che fa dentro quell’appartamento dove giro in maglietta perché sono abituata alla campagna io, ai caminetti e all’umidità che impregna i muri di una casa del settecento che una volta era una stalla, non al riscaldamento centralizzato. E penso che una brava ragazza di campagna si ferma a parlare con gli sconosciuti. Perché se incontri un viandante, in mezzo alla nebbia della pianura, che ti chiede un’indicazione, tu ti fermi ad ascoltarlo. E se il viandante, poniamo, è un camionista che parla una lingua dell’est e sta su un camion con targa italiana, ed è agosto, domenica, e in giro ci siete solo tu e lui, e gli leggi negli occhi la stanchezza di un viaggio massacrante senza soste – e intanto ti domandi se ha una patente di guida valida, se è in regola, e cos’è che trasporta, e da dove viene di preciso- anche se sei una donna, e un briciolo di paura, in quella strada sterrata, dove in caso di aggressione nessuno potrebbe vedere, né sentire, tu ti fermi, e glielo dici, che Molinella sta dall’altra parte proprio. Che deve fare manovra e tornare indietro. E lui ti ringrazia cinquanta volte. Piegando il collo su e giù, mentre il sudore gli cola dalle tempie e cade a terra, sulla polvere. Sì, io voglio restare una ragazza di campagna. Fermarmi a parlare con quelli che mi rivolgono la parola. E quelli che mi rivolgono la parola spontaneamente sono loro, gli stranieri. I mendicanti. I barboni. Certo, vogliono qualcosa da me. Vogliono i miei soldi. Tanto, cos’altro potrei dargli, io? Soldi e basta. Sempre. Quasi sempre. Perché Roland, stamattina, voleva qualcos’altro. E continuo a pensare, e quello che penso è che una brava ragazza di campagna davanti a sé ha due strade: o perde la verginità e diventa come tutti quegli altri che tengono gli occhi bassi e non parlano inglese, oppure fa qualcosa di diverso. Che cosa, ancora non lo so. Ma qualcosa.
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18 commenti on “”

  1. giovanniarduino ha detto:

    Per questo, quando qualcuno mi chiede se sono di Torino, io rispondo, meno spesso di quanto dovrei: “Torino? Io sono un ragazzo del bar Stella di Moncalieri!”. Che era poi quello della teppa, dei camionisti, dei primi marocchini (parliamo degli anni Settanta, dopo tutto). E non si tratta di campanilismo o di orgoglio della provincia o (peggio) di veri o presunti amarcord bukowskiani, ma di una forma mentis, di un’etica diversa, di tanto altro che qui non ho spazio per spiegare, ma una prossima volta sì, perché no, la prossima volta sì.
    Ciao e grazie, G.

  2. massitutor ha detto:

    Così questa volta ti sei fermata! hai fatto bene. Comunque la faccenda rimane complessa: io che di stare ad ascoltare storie di gente di strada ne ho fatto una professione ti dico che però a volte è anche sano difendere i propri percorsi, nelle strade, la propria intimità. E la tua “ricchezza” non fa la sua povertà. Sicuramente gli hai dato di più con quelle due parole che con quegli 80 cent.
    ciao
    Massimiliano

  3. CARL0LUCARELLI ha detto:

    Non è soltanto che è diverso, quel qualcosa, qualunque cosa sia. E’ che fa la differenza…

  4. stella2682 ha detto:

    Hai fatto bene a fermarti.Quelle parole sono certa che hanno fatto la sua ricchezza.Lo hai riscaldato in qualche modo.A volte non ci vuole tanto, basta iniziare,in questo caso fermarsi e guardare negli occhi chi vive all’estremo.Le “ragazze di campagna” dovrebbero popolare le grosse città in cui l’indifferenza regna come abitudine comoda.Quello che accade all’altezza delle loro ginocchia,non ha importanza,per loro quella gente sta li come ci sta una statua o una panchina.Invece ci sono uomini. Alcuni lo scelgono,me per gli altri che hanno avuto uno scontro duro con la vita,quella strada è ciò che resta,quello che rimane.Un abbraccio.
    scusa se mi sono dilungata.

  5. ghiaccioblu ha detto:

    Per Giovanni:
    è che bologna si racconta diversa da com’è. il mito della città ‘aperta’, che accoglie, che ingloba. forse è stato vero. adesso non saprei. io vedo mondi paralleli. che non si intrecciano in alcun modo. la città è una città straniera, in tutti i sensi. ma ciascuno parla la sua lingua. è una cosa che mi rende triste. condividiamo lo stesso spazio fisico, dobbiamo sforzarci di ‘animarlo’, renderlo una ‘casa’, non soltanto un ‘posto’, ed è un lavoro che riguarda tutti, nessuno escluso. nei paesi, questa cosa si faceva. adesso che i paesi (il mio, ad esempio, Budrio) sono solo dei dormitori immersi nel ‘silenzio residenziale’ quel senso di ‘comunità’ è perduto anche lì…

    ne riparliamo, se vuoi. a presto. s.

  6. ghiaccioblu ha detto:

    per massimiliano, e carlo:

    sì, mi sono fermata. cerco di fermarmi tutte le volte. il senso di colpa in questo periodo mi opprime i polmoni. la retorica del ‘qualcosa è meglio di niente’ non mi basta più.

  7. utente anonimo ha detto:

    dunque la chiave è il senso di colpa?

  8. DevilsTrainers ha detto:

    spesso i bolognesi, bottegai nell’animo, mi ripugnano. così, per alzare blandamente la media visto che son bolognese anch’io, ogni volta che vengo in centro dedico la tasca sinistra alle monete da 20 e 50 cent., proprio per Loro, ai quali non riesco mai a dir di no (stesso effetto me lo fanno i balbuzienti, divento uno zerbino).
    città piccola, comunque: faccio sempre l’aperitivo da maurizio. mart o merc è passato di lì davanti il tuo amico carlo. perché faccio l’aperitivo da mauri? perché studio nella biblioteca di arti visive, in santa cristina.
    è tutto un grande nastro di moebius…

    peter

  9. flalia ha detto:

    Sono d’accordo su Bologna.
    Riguardo al fermarsi: io mi fermo, scambio qualche parola, ma anch’io mi trovo spesso a pensare che se fossi un uomo sarebbe diverso, mi sentirei più libera. Dopodiché, non vivo nella paura e continuo a fermarmi, sicuramente è poco, però forse è comunque una ricchezza inaspettata per una persona sola e in genere respinta dall’indifferenza di chi “non parla inglese”…
    Ilaria

  10. ghiaccioblu ha detto:

    La chiave di cosa, caro utente anonimo? E comunque, dato che faccio parte di quella minima percentuale di abitanti della Terra che rapina le risorse, colonizza con la forza, rade al suolo qualunque cosa provi ad opporsi, e tenta di esportare ovunque il suo fallimentare modello unico…beh, sì, mi sento un po’ in colpa, specie quando i ‘disperati’ non stanno là, in televisione, ma qui, gomito a gomito con me. La chiave (anche se non so per cosa) è cercare di capire quello che succede attorno. E anche di ‘sentire’, per quanto mi riguarda. s.

  11. utente anonimo ha detto:

    ma poi come è finita la storia? l’hai incontrato nuovamente?
    l.l.

  12. utente anonimo ha detto:

    un episodio che capita a molti, ogni giorno, per fortuna non tutti freddi bottegai siamo… il punto è, questi episodi oltre a farci sentire meglio, per aver riempito il vuoto della vita di un uomo più sfortunato e l’avergli donato 80cent sottratti alla nostra ricchezza accumulata rapinando le risorse e colonizzando con la forza, cosa portano nelle ai poveri amici derubati?
    continueremo dunque a vivere di piccoli teneri episodi imparando a vivere col senso di colpa?
    k.k.

  13. ghiaccioblu ha detto:

    no, non l’ho più incontrato. ma ho fatto amicizia con un altro sudafricano, venditore ambulante: qualche giorno fa abbiamo comprato un panino e l’abbiamo diviso con un cane. ‘no place like home’, mi dice ogni volta che ci vediamo.

    ciao. S.

  14. ghiaccioblu ha detto:

    Per KK
    no, il senso di colpa deve essere d’incentivo all’azione. quale, non lo so. dipende. ciascuno deve usare i mezzi che ha. i “piccoli e teneri episodi” però sono un esercizio da continuare a fare ogni singolo istante: sommali tutti e fai qualcosa. pochissimo, ma qualcosa. quantomeno, ‘un’attitudine a’… non so se mi sono spiegata…
    s

  15. utente anonimo ha detto:

    c’è una forte tendenza a banalizzare l’azione, specie in taluni circoli intellettuali..
    condivido ciò che hai scritto, sia ovviamente per l’incentivo all’azione, sia per ‘l’attidudine a’…
    non penso tu abbia difficoltà a spiegarti in effetti

  16. ritmicamente ha detto:

    da maurizio si beve un buon caffè e si mangia un’ottima pasta alla nutella… eggià… ricordi i miei ormai…
    G.

  17. utente anonimo ha detto:

    Quando passi a prendere il cappuccino la prossima volta, segnala il tuo blog a Mauri, gli farebbe molto piacere leggere le belle righe cha hai scritto sul suo bar.
    UNA SUA DIPENDENTE

  18. ghiaccioblu ha detto:

    ma io sono timida! e poi, quando si accorge che non ho specificato JAZZ FOOD, sicuramente si arrabbia…

    s.


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